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antologia critica | walter mac mazzieri | |||
Oltre
le immobili spire della realtà che ci condiziona come un
despota, oltre il giudizio logico che ci porta a considerare l'apparente
verità delle forme, la loro statica, la loro morale, si
aprono per l'artista, o anche per quella parte di noi meno controllata
dalle consuetudini, meno sottoposta alle inibizioni, i mondi profani
dell'istinto e del mito, della rivolta artificiale del sogno,
le città incredibili, sconosciute, con abitanti liberati
dalle nostre remore di affetti e funzioni, di economia e di politica;
uomini senza persuasioni, che pensano a prodotti sublimamente
inutili, uomini rifatti anche nella loro autonomia, per i quali
non sono più termini coerenti la gravità, la distanza,
il tempo.
La dimensione temporale è solo una interminabile ora incantata
che si fissa nella contemplazione ed è realizzata in un
percorso sinuoso e serpentino della psiche, con strani innesti
orientaleggianti, metamorfosi di uomini-dei, di donne-armenti,
di motivi lirici e drammatici. Persi i limiti temporali e spaziali
l'esistenza diventa eretica, scandalosa, in balia di forze oscure.
In questa vita incondizionata, con dei problemi che trascendono
l'esperienza e spingono l'individuo ben oltre il piano del noto
e di ciò che è scientificamente accessibile, si
muove Walter Mac Mazzieri, un pittore emiliano della generazione
di quest'ultimo dopoguerra, quello che si dice un giovane bizzarro
e geniale, che ha messo in luce da qualche anno a questa parte
delle sorprendenti qualità nell'inventare creature favolose,
tesori di magia, un campo di proposte allucinanti, sofisticate
da un'intelligenza drammatica. Nei suoi quadri non c'è
la sensazione del luogo e neppure quella del momento, mancano
i termini della realtà, sostituiti da una profonda ritorsione
immaginistica, da evocazioni che sono altrettanti indici di inquietudine,
altrettanti segnali di allarme quando non manifestano qualche
forzatura o ingenuità.
Nelle sue opere migliori (Il viso delle cose senza vita,
1969; Contemplazione di un prete protestante, 1969; La pallida realtà di statue greche,
1970; Le città hanno regalato
la piazza alla luna, 1970; Grigie
fantasie di un cavaliere notturno, 1970; Le nuvole
oltrepassando i monti perdono fantasia, 1972; La luna rossa
non uccide le ceramiche profonde del desiderio, 1972) Mazzieri
riesce a tessere motivi appartenenti a un secolare patrimonio
leggendario, intreccia i brandelli arcaici del mito d'una cupa
e austera grandiosità, richiama l'eco di vicende storiche
trasfigurate e idealizzate come da un teosofo medioevale, con
una stilizzazione talora sornionamente antiquaria, che rende il
suo discorso elegante e prezioso, e riflette il decoro aristocratico
di una mente sottile.
Pur osservando il tipico impianto surrealista - e del resto il
riferimento a Max Ernst, a Magritte, a Brauner, a Labisse e anche
a Savinio è obbligatorio, dato che questo gruppo ha agito
incisivamente nella formazione del gusto contemporaneo - egli
dà una versione originale di questo movimento, e, nel suo
particolare esempio di automatismo culturale, alla fine la definizione
rimane puramente indicativa.
La sua pittura, in cui si intravvedono parecchi risvolti letterari,
dove la dissacrazione vi ha un ruolo primario, da Hoffmann a Kafka,
da Lautréamont a Poe, a Strindberg, fa emergere quasi da
una tragica apoteosi e con una risonante creatività, una
società assurda, ma con grandi doti di attrazione. Le diverse
parti umane contenute nella scena sono segnate da un perfetto
disaccordo esistenziale, e in questo tessuto di apparizioni, che
è narrazione occulta, poema, referto autobiografico, ci
sono infinite parole, colori inusitati per esprimersi, poichè
nessuna parola o immagine o colore ha un solo significato, una
sola possibilità di esistere o una destinazione fissa e
conseguente.
È l'età del neutro, dell'apocrifo, dell'incantato,
dove è legittima ogni costruzione sospesa, ogni paradosso
aneddottico che abbia qualità espressive, un profilo, un
riflesso colorato. "L'amore è un sentimento che ti
percorre come un filo bianco" ha scritto Mac Mazzieri in
alcune prose (Pietre di fantasia meccanica
e La libertà pazza dei poeti)
del 1968/69. "A volte lo sento evadere nel petto e straripare,
con le rose bagnate da un giardino di lucciole che piangono, e
dal nome di una rondine di fiato... I poeti distruggono i monumenti
senza bocca che graffiano le nuvole, perchè li hanno murati,
vuoti come canne. Le mie labbra sono piccole per baciare tra i
capelli i tuoi diademi di fantasia fusa, ma ho mani limate per
le tue rose, e - dentro - un pianeta fermo da tanto tempo.".
Ritmi incalzanti di nebbie e luci si alternano nella sua visione
con un lento dissolversi delle cose nell'inquietudine, che è
timore di rivelarsi e felicità di rivoluzionare il codice
naturale, la legge fittizia della materia.
Non c'è un posto stabilito di arrivo e di partenza in questa
scatola cinese, con evidenti simboli sessuali: bisogna riconoscere
a ognuno di avere le proprie inquietudini; tutto può succedere,
dato che nulla si conosce di questa macchina complicata che si
è messa in moto. Il suono, gli ideali perduti, la stessa
armonia sentimentale si organizzano tra silenzi sterminati, e
un'incredibile angoscia che collega gli abissi morbidi della memoria
con le pianure livide, metalliche, dell'esperienza concreta.
Di questi giochi avventurosi della psiche, di queste dimensioni
ambigue, dolcemente inestricabili, smarrite, il pittore Mac Mazzieri
gioisce come un esploratore arrivato per la prima volta su un'isola
affascinante. Qui, in un territorio di ininterrotta allegoria,
senza sforzo evidente, riesce ad accordare la propria voce che
inclina alla dolcezza, con il ritmo di una vita straordinaria,
che si può intendere come romantica: la vita quotidiana
invece è sopraffatta e smentita, non accetta se stessa.
Si capovolgono i termini della storia i meccanismi della ragione;
in fondo, ci suggerisce Mac Mazzieri, la realtà non è
la vita che viviamo, che siamo portati a credere vera; quanto
capita sotto i nostri sensi è soltanto un incrocio casuale,
una somma estemporanea di eventi.
Ormai
il pittore ha capito il gioco degli avvenimenti: trova ciò
che vuole trovare nei processi interiori dei fenomeni che sulle
prime possono sembrare inattesi, dalla dimensione sommersa del
sogno, seleziona i soggetti e le sollecitazioni linguistiche:
ciò a cui dà la maggiore attenzione, evitando l'esagerazione
e il manierismo scoperto, è la sottigliezza beffarda e
tragica del soprannaturale, quella storia ai limiti dell'inverosimile
che ci può portare alla ricerca di una realtà più
profonda che ci sfugge e insieme ci alimenta per vie non scrutabili
con vene ricche di malinconia, di urti segreti con l'ambiente
in cui esistiamo, o, meglio, facciamo finta di esistere mettendo
in atto operazioni implicitamente deformanti e caricaturali.
Tutto questo pesante bagaglio si smuove nel tempo incerto della
fantasia, sotto l'effetto di una certa panica ebrezza che deforma
il reale, e insieme ci fa alzare sopra la banalità dell'esistere
e la grettezza dei rapporti comuni con i suoi stridori e le sue
goffaggini. Il pittore, ancora molto giovane e aiutato da questa
genuina elasticità intellettuale, una volta penetrato il
labirinto attraente e qualche volta malvagio della metamorfosi,
scoperte alcune sollecitazioni esoteriche e surreali, ha tentato
di concepire un suo teatro dell'assurdo con quadri ben definiti
figurativamente, di precisi e profondi significati, pieni di intuizioni,
di recessi misteriosi. Con una preoccupazione esclusiva per le
proprie metafore è arrivato quasi a raccontarci nei particolari
la biografia dei suoi personaggi, che troviamo ricorrenti di quadro
in quadro, come se li avesse conosciuti e ritratti tenendoli di
fronte: gli occhi grandi, i seni gonfi, i muscoli rilevati, sodi
e robusti di una salute che non può essere terrena, arrotondati
come pietre di fiume o come frutti maturi.Sono quasi pronti per
sopportare inalterati la corrosione dei secoli.
Così Mazzieri mostra una carica di immaginazione e di ironia
che non si può spiegare solo nell'incontro avvenuto nel
1968 con i maestri della metafisica e del surrealismo (esposti
alla grande mostra del Museo d'Arte Moderna di Torino, Le Muse
Inquietanti). "Non è stata una conversione improvvisa;
è stata una cosa che è avvenuta regolarmente"
ha scritto Renzo Margonari "e l'incontro con questa mostra
è venuto al punto giusto, in sostanza". Tuttavia è
chiaro che quella data sia stata fondamentale per lui che viveva
isolato a Pavullo, e così pure di grande aiuto gli è
stata la conoscenza del pittore e critico Renzo Margonari, raffinato
spirito creativo, che per primo s'è accorto del suo valore
e lo ha stimolato ad addentrarsi con l'immaginazione più
in là dell'aspetto apparente delle cose, in quella narrativa
del mistero in cui ormai Mazzieri si muove con piena padronanza
stilistica.
Le conversioni che avvengono di colpo sono di solito di breve
durata, fanno acqua e affondano nell'incertezza, la svolta di
Mazzieri è avvenuta al contrario su precise disposizioni
mentali; il giovane artista emiliano teneva dentro una sua spiccata
tendenza al riscatto fantastico della vita, un goticismo di fondo,
si direbbe nativo, che per rivelarsi nella sua pienezza ha avuto
solo bisogno di un filo conduttore, di un paesaggio chiave.
I quadri del 1966, come Pensieri, e del 1967, Personaggio,
Libertà, assieme con qualche altro dipinto ricordato
dall'autore ("ad esempio il bambino che parla con la bestiola,
con dietro il simbolo di quei personaggi arrotolati che osservano"),
danno chiaramente i contorni di questo avvio ad una pittura ricca
di motivi e di spunti eccezionali, interessanti sia sotto il profilo
dell'intervento fantastico-surreale, sia perchè affrontano
vari argomenti che meritano di essere meditati in quanto cercano
di arrivare, da una angolazione nuova, alla definizione di emblemi
che sono le matrici dei nostri interessi culturali e artistici.
Si riferiscono cioè a domande capitali che sono pressappoco
quelle di tutti, a problemi che riguardano l'uomo, la sua fede
e la sua alienazione nel proprio tempo o "non tempo",
come lo intende Mazzieri, in cui ci si può affidare soltanto
a quel fantasioso e personale spettacolo che ogni persona attenta
compie dentro di sè ogni volta che partecipa un quadro.
Mazzieri fonde la memoria con l'invenzione e sembra ad ogni nuova
opera mettere in dubbio il suo sistema di valori; rievoca continuamente
le crisi acute del suo percorso con traduzioni sensibili, spesso
assai vivide, non tralasciando di mettere tra le righe le sue
ironie e i suoi veleni (cfr. Il viso delle cose senza vita,
1969; Contemplazione di un prete protestante, 1969; Il
poeta nel discorso dell'azzurro, 1969; La favola triste
degli uomini, 1972; La madre è un ariete nel cuore,
1972; L'uomo di Magrignana, 1972; Regalando foglie d'autunno,
1972). C'è una tendenza alla promiscuità a raffigurare
uniti le qualità e i difetti umani in un fatale significato
della vita: si evidenziano come i due termini di un rapporto inesistente
fra bene e male, fra sapienza e mitica ignoranza, fra vizio e
ingenuità. Sembrerebbe l'affermarsi di un caos bruto, invece
il pittore riesce a concentrare il ritmo su certi costanti nuclei
di condensazione, con un virtuosismo di stravolgimenti formali,
con effetti cromatici e persino fonici, sonori; una specie di
utilizzazione delle inquadrature cinematografiche con primi piani,
controluce, figure tagliate a metà che creano profondità
fittizie per mettere a fuoco personaggi o elementi significativi
sullo sfondo. Queste operazioni gli fanno affrontare per gradi
un terreno che ha molte difficoltà obbiettive, non certo
aderente al linguaggio sintetico del nostro tempo, eppure l'impasto
figurativo di Mazzieri non si riduce alla somma delle sue componenti,
ma dà vita a una lingua di sapore inusitato e ciò
disegna già un'immagine del pittore unitaria e ricca di
personalità, che una volta sfrondata dalle intemperanze
tipiche dell'età giovanile può avere un posto sicuro
nell'arte contemporanea.
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