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antologia critica | walter mac mazzieri | |||
Se
la cosiddetta "Sala di Cultura" non fosse la più
grande utopia delle istituzioni culturali ufficiali, sarebbe stata
il luogo più degno per ospitare la grande personale che
Walter Mac Mazzieri tiene, in questi giorni, con spirito francescano
e adeguata logistica nella chiesa monumentale di S. Vincenzo.
Così mentre la sempre così definita "Sala di
Cultura" (o meglio Galleria Civica d'Arte Moderna), non si
sa bene sotto quale programmazione e sotto quale direzione vanifica
la propria disponibilità negli inutili balbettamenti di
vuoti ideologici e contenutistici, il nostro Mac con questa imponente
personale si riqualifica come il più geniale artista della
nuova generazione modenese (e non soltanto modenese).
A noi piace pensarlo come un fantastico costruttore di sogni colmo
della più aperta e sorgiva inventiva, tutto proiettato
nel raccogliere sogni (suoi e d'altri) e riprodurli nei grandi
spazi delle proprie esperienze pittoriche.
Perchè
proprio come "fabbricante di sogni" Mac ama le grandi
superfici: se fosse vissuto qualche secolo addietro sarebbe certamente
appartenuto alla esplosiva stirpe degli affrescatori di chiese
e palazzi (tanto per dire: un chilometrico Tiepolo cantore delle
ultime fiabe della serenissima Venezia...).
Anche Mac è un "cantore": le sue "favole",
come quelle tiepolesche, si inseriscono prima o dopo il tempo.
Sempre, certamente, su quella doppia dimensione che sfuma tra
realtà e rappresentazione. Il suo è il raccontare
di universi in espansione e in dilatazione - figure, di espressioni,
di movimenti - interamente avvolti (o forse meglio esorcizzati)
dal colore.
È questo "colore" che noi amiamo di Mazzieri:
è questo colore che ci ha sempre catturato e imprigionati
nella propria dimensione evocativa sino a smemorizzarci nelle
trame segrete di azzurrini profondi e sognanti, guidandoci nel
segreto delle cose e dei fantastici personaggi.
Da un'araldica di prima e dopo il tempo Mazzieri ha tratto questo
suo "bestiario" movimentato nel "panorama"
teatrale di quinte senza fondali e porte spalancate su cornici
e pennelli.
Il suo colore è il "tono" del racconto; la nota-chiave
dello spirito. E come da una nuova e più alchemica zuaberfest,
Mazzieri evoca la successione sonora del suo "Flauto magico",
dando, come il tintinnante Papageno mozartiano, il "la"
danzerino e argenteo alla propria "sinfonia fantastica".
Qui
si tratterà ovviamente di rêverie nella più
pura e trasparente accezione, avvolta tuttavia da situazioni emozionali
non facilmente riconducibili a schemi prefissati. A meno che non
vogliamo intendere come "schema" il colore che Mac elargisce
a piene mani. Ma come già si è detto questo è
il suo "tono" il suo essere e il suo divenire. E la
sua "cifra" poetica: e la poetica è l'esistenza
stessa del fare artistico.
Così Mazzieri sperimenta pure la circolarità del
tempo se è vero come è vero che ogni suo racconto
dipinto rimanda a qualcosa di precedente e anticipa un'altra successione
di momenti e situazioni. Così i suoi "personaggi"
conoscono le infinite entrate e le infinite uscite di maschere
di trasmutazione, di rappresentazione del transeùnte da
un ghigno ad una lacrima, da uno sguardo ad una interrogazione.
E poichè appartiene alla categoria dei "fabbricanti"
di sogni i suoi dipinti vivono dell'ambiguità notturna
del rapporto bene-male; del genio benefico in contrapposizione
e simbiosi col suo opposto malefico.
In questa commistione di positivo e negativo sta la sostanza di
un fare artistico trascinante che squilla e sfuma i colori del
prima e dopo tempo. E in questi stendardi di un antico e futuro
libro di figure s'agita qualcosa, anche, di "sacro".
Se per sacro intendiamo la continuità e l'annuncio, il
ricordo e la profezia di un rito che si è fatto racconto.
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