Enzo Fabiani

UN “GIUDIZIO UNIVERSALE”
TRA MEMORIA E LEGGENDA
di Enzo Fabiani
(da “Walter Mac Mazzieri”, Ed. Giorgio Mondadori, dicembre 1997)

 

davantiacasaDovendo scrivere del pittore Walter Mac Mazzieri da Ca’ d’Olina, molto mi piacerebbe il rassomigliare a Giorgio Vasari, maestro dei cronisti d’arte. Potrei così raccontare degnamente le “mirabili cose” delle quali il leggendario “Waltrin” è stato ed è protagonista e inventore, o creatore che dir si voglia. E c’è anche un altro motivo per cui la penna del grande aretino mi è ritornata in mente, e cioè quella bellissima definizione che egli ci dà del personaggio nomato Tommaso di ser Giovanni di Mone Cassai detto Masaccio, e che mi pare ben si attagli, con i doverosi adattamenti, al mio amico Waltrin. Questa “Fu persona astrattissima e molto a caso, come quello che avendo fisso tutto l’animo e la volontà alle cose dell’arte sola, si curava poco di sè e manco d’altrui. E perchè È non volle pensare giammai in maniera alcuna alle cure o cose del mondo… Essendo egli la bontà naturale… era tanto amorevole nel fare altrui servizio e piacere, che più oltre non può bramarsi”.
E così, accennato in bel modo quel che conosco e penso di Mac Mazzieri come uomo e amico carissimo, ritorno alla mia misura per dire alcune cose che ricordo di lui, e che credo utili per meglio capire la sua pittura e in particolare quella straordinarità che la distingue e che fin dal suo inizio ha colpito, o comunque non ha lasciato indifferenti, anche critici e scrittori illustri, rimasti sorpresi e quasi increduli ai quadri di questo “arimanno” (termine che, a quanto pare, in longobardo frignanese significava “uomo libero” ed era riferito ai guerrieri addetti alla guardia permanente).
E veniamo alle cronache e a qualche lampo rivelatore o comunque indicativo. Conobbi Walter Mac Mazzieri ventisette anni fa, cioè nel 1970, non ricordo il mese, durante una cena in via Ciovasso a Milano. Ero con la solita ed eletta “banda” di nomi noti o già illustri, quali Bruno Cassinari, Beppino Migneco, Gianni Dova e altri: tranquilli almeno in apparenza, maligni verso i colleghi di pennello secondo il necessario. Si parlava insomma e si maldiceva con una qualcerta serietà. Eravamo alla pietanza, quando vidi ad un tavolo un po’ lontano un mio amico. Ci salutammo con un gesto lieto: era Osvaldo Prandoni, appassionato d’arte e notissimo come regista televisivo, magistrale in specie nelle riprese delle partite di calcio. Alla frutta, Prandoni mi fece segno che voleva parlarmi, e io lo chiamai al nostro tavolo. Si avvicinò alquanto intimorito per i maestri a me prossimi (che peraltro, saputo chi era, quasi lo applaudirono) e ci chiese se poteva permettersi di farci vedere le fotografie di alcuni quadri di un giovane pittore suo amico, e cioè di quell’angelico vichingo biondochiomato e occhialuto che era al suo tavolo. Naturalmente tutti rispondemmo “sì, sì perbacco” e lui distribuì alcune fotografie a colori. Le stavamo guardando quand’ecco Beppino Minieco esclamare, lui che era il più diffidente e severo: “Miiinchia: ma chi è questo fenomeno?!”. Questa la cronaca e quella la parola, di quel momento certo emozionante oltre ogni dire per Walter, che chiamato a grandi gesti si avvicinò tremante e balbettò con grandi inchini chissà cosa. Fatto sta che da quella sera a Milano il nome del giovane pittore di Ca’ d’Olina cominciò a girare, come suol dirsi. E difatti io il 6 luglio 1970 gli pubblicai quella che credo sia la prima “ampia recensione a livello nazionale”; poi vennero la prima mostra, alla galleria Cavour di Renzo Cortina, e vari servizi televisivi; e in seguito la grande mostra alla galleria Levi che fu visitata da oltre cinquemila persone (tra le quali, entusiasta, il grande critico e poeta, Sergio Solmi, che io avevo invitato). A proposito della mostra da Cortina, ricordo che telefonai a Dino Buzzati pregandolo di scrivere qualcosa su quel giovane pittore che in certo senso richiamava i suoi racconti. Gentilissimo Buzzati mi rispose: “Obbedisco”. E difatti giorni dopo il ventiquattrenne Walter Mac Mazzieri potè leggere sul “Corriere della Sera” del 26 ottobre 1971: “Un volto soave che andrebbe bene come modello per un Cristo, incorniciato da una non esagerata chioma bionda e da una superflua barbettina alla Abramo Lincoln. Altrettanta dolcezza, e timidezza, nel suo modo di fare; contrastanti con i suoi quadri, dove si contorcono, gemono, si stringono disperatamente la testa tra le mani degli esseri da favola, nerboruti e nocchiuti, che sembrano uscire da una rupestre saga messicana e invece sono scaturiti dai montanari dell’Appennino modenese, dove Mazzieri è nato 24 anni fa. Non c’è dubbio ch’egli ha realizzato un suo bizzarro regno, popolato anche da inconsueti animali araldici, e realizzato con una bravura tecnica che ne fa un caso di precocità”. Esatto, e anche controllato, Buzzati come sempre dato il suo carattere: eppure, tenendo presente la sua grande personalità e fama, il giornale su cui scriveva e il confuso periodo artistico di allora, questa recensione positiva fu un autentico “battesimo” poetico di e per Walter.
Intendiamoci, rivedendo nella monografia alcuni quadri di quegli anni, ancora oggi si resta davvero sorpresi, e anzi meravigliati, poichè Un ventre di calce rosa, Le nuvole raccolte, Dove rifugia il mio pensiero, Le nuvole sono pigre tartarughe, Le ali tagliate delle nostre colombe, Un giardino di lucciole che piangono, La casa di Ibrahim, Mai vidi nell’iride vostra azzurra, A Banja Luka ci hanno svegliato le colombe, e così via, sono opere in cui, pur se qua e là qualcosa può sembrare acerbo, si definisce un mondo che dimenticare non è facile: per la sua enigmaticità innanzitutto, per la sua ingentilita barbaricità, per il candore imperterrito con cui quel regno estravagante viene raccontato e offerto, rivelando una fantasia e una autenticità innegabili e inquietanti.
Ricordo che fino a qualche tempo fa avevo nel mio studio un piccolo quadro di Waltrin con alcune sue tipiche colombe simili a monaci Camaldolesi meditanti: ebbene, tutti coloro che (maestri astrattisti schizzinosi, maestri scultori superbiosi, critici stitici, realisti social garibaldini, poeti tardoparoliberi) capitavano in quel porto di mare che era allora casa mia (oggi vivo da eremita, e, poichè è “venuta la sera”, ricevo soltanto Dante, Masaccio, Dino Campana e Arturo Martini…); ebbene tutti, dicevo, pur senza ricorrere all’esclamazione sicula di Beppino Migneco, restavano lì a guardare quasi increduli quella “visione di una conturbante realtà”, quella “poesia di vento e di sacrificio” lievitanti in quella tela. Del resto già nel 1971 l’intelligente e acuto critico Giuseppe Marchiori scriveva all’editore Artioli di aver ammirato “la stupenda edizione del volume dedicato a Mazzieri; un pittore, tra i pochi in Italia, che segue la difficile via della surrealtà e del simbolismo, esplorando un mondo segreto e meraviglioso. Strano tipo, questo Mazzieri, che ha detto: La libertà è quando uno sta solo. (Si tratterebbe però, in questo caso, di una libertà più facile di quella che si raggiunge vivendo in mezzo alla gente, nella continuità di un intenso rapporto sociale. Però, anche dalla solitudine di Mazzieri nascono i mostri, i giganteschi mostri dell’allucinazione e dei conflitti interiori. Il pittore è davvero fuori delle proporzioni normali…)”.
pellatiDopo quel fatidico incontro a cena, ho rivisto molte e molte volte Waltrin, anche se ci sono stati tra noi alcuni silenzi di anni, causati da questo o da quel dramma familiare o personale; oppure dalla scomparsa di amici leggendari come Giorgio Pellati, che era capace di venire a 200 all’ora a Milano da Pavullo in motocicletta per dirmi semplicemente che Waltrin mi salutava (ma in realtà la ragione vera era quella di mostrarmi beato la sua nuova splendida moto che egli diceva tedesca ma che poi scoprivo essere stata messa insieme da lui, meccanico formidabile, con i pezzi più eterogenei, e anche di cercar di rifilarmi come medievale una balestra da lui finita il giorno prima…). Poi di nuovo una telefonata di Waltrin per dirmi che era stato per due anni molto lontano da Pavullo e cioè… a Venezia! Telefonata che finiva, quasi per farsi perdonare la silenziosa latitanza, con la domanda: “Ti piace il Lambrusco?…”.
Altri tempi, giovanili, spontanei, durante i quali né io né lui ci curavamo di sapere o immaginare che, come dice Shakespeare “È la coscienza che ci rende vili” coscienza nel senso di amara conoscenza più del male che del bene; vili nel senso di scontrosi, di affaticati, magari di umiliati e offesi. Questo capita a tutti, per certi periodi. Fino a quando non scopriamo l’invito e il consiglio di San Tommaso di Aquino: “Lasciati illuminare dai tuoi dubbi!”. Non so se tutto o in parte, questo sia capitato a Waltrin. A me si. Comunque sia, passiamo ad altro: e cioè all’impegnativa domanda del come e del perchè è nata questa pittura macmazzieriana. Molti, e spesso acutamente, questa domanda se la sono posta, e ognuno ha cercato di rispondere secondo le sue forze culturali e interpretative: e ad essi rimando nell'”antologia critica” di questo volume, dove si leggono diverse pagine con le quali è facile e doveroso essere daccordo. Tuttavia io sento di dovere insistere, senza pretesa di novità, su alcuni punti. Il primo, e direi fondamentale, dei quali è l’importanza certa del “natio borgo selvaggio”, cioè Ca’ d’Olina e dintorni, dato che è lì che sono le radici di tutto il discorso di Mac Mazzieri; lì che ha cominciato a scaldarsi il lievito della sua fantasia rusticobarbarica, addolcita se si vuole dal temperamento eppoi arricchita e vivacizzata nei musei di mezza Europa dagli incontri con Goya e Savinio, Magritte, e magari anche con Grünewald e anche forse con Arcimboldi, fantasticheggiante compagnia bella e illustre, o meno. È lì che il pittore si è scoperto, come ha scritto in una sua poesia, “sicuro di essere fantasia disperata”. Si noti che dice di “essere” non di “avere”: e questo è poeticamente e psicologicamente determinante. Va bene che questo verso è incastonato fra altri diciamo consolatori o onirici. Ma il punto vero e rivelatore è lì, come si può capire meglio citando tutto il breve componimento, che dice: “nel giorno che dovrò morire, / sicuro di essere fantasia disperata, / una bianca ballerina / mi conterà le punte di stelle / sulla carne“. Il lampo, il nocciolo, la ferita, sono lì, in quel secondo verso, mentre il resto è diciamo ambientazione: così come si può peraltro a volte riscontrare nei suoi quadri, cioè in quelle varie forme che sono o possono essere “decorative” o funzionali intorno alla figura protagonista.
macbiolescarQuando tre anni orsono, presentai la mostra antologica dello scomparso scultore Raffaele Biolchini (che con lo scultore Davide Scarabelli era stato compagno delle avventure cultural-divaganti europee e africane di Walter), avevo supposto che la prima e più profonada formazione artistico-culturale di quei giovani artisti pavullesi non era nata dalle romaniche architetture e dalle Wiligelmiche sculture del Duomo di Modena (Walter addirittura assicura di detestarlo, dato che sempre lo citano a suo riguardo, pur senza averlo mai visto) e da simili nobiltà, ma bensì dai vari edifici, fregi, maschere e mascheroni spesso medievali di Ca’ Caluppo, Gallina-morta, Beccaluva di Sopra, Coscogno, Camatta, Olina e naturalmente di Ca’ d’Olina (dove nella dugentesca “Casa del Capitano” Walter Mac Mazzieri si vanta di essere nato: al primo piano, dato che a pian terreno “abitavano” qualche pecora, capra, mucca e cavallo). Quelle facce dure, consunte, tragiche, “appenniniche”; quelle serpentine guizzanti sugli architravi; quei soli mezzo sbriciolati: lì, Walter e gli altri avevano “letto” fin da piccolini la vera lezione del tempo, la vera lezione degli antichi scalpellini-scultori; la severa armonia che nasceva da una fede religiosa robusta quanto dolorosa, amata quanto, almeno apparentemente inefficace. Lì Walter e compagni respirarono l’aria rannuvolata della disperazione, e raramente quella ridente della speranza e della bellezza. Il resto visto altrove, era un’aggiunta: bella, elegante, surrealista eccetera, ma con il malefico rischio, per loro, della letteratura risaputa, decorativa.
Di recente ho rivisto Walter (rimessosi, grazie anche alla vicinanza della moglie “Aurora e le sue mani chiare” e della figlia Melania, da una fastidiosa malattia), e gli ho fatto alcune domande di proposito semplici, ricevendo, come speravo, risposte illuminanti e comunque tali da indicare e sollecitare un nuovo modo di lettura del suo fantasmagorico mondo: lettura fatta in nome di alcune importanti ragioni interiori da aggiungere a quelle fantastico-visive ragioni da cui deriva, credo, un arricchimento in profondità, che porta a scoprire, o comunque a meglio capire, la personalità dell’artista, il suo atteggiamento verso la realtà subita o indagata, il suo pensiero dominante.
Prima gli ho domandato qual era il lavoro compiuto da bambino che ricordava con più interesse, a parte i vari altri (come la raccolta del latte nelle stalle montanine o la distribuzione antelucana dei dolci da colazione nei bar, già più volte ricordati). Walter mi ha raccontato allora di un lavoro del quale mai l’avevo sentito parlare. Questo: “quando uno dei frequenti temporali che si abbattevano su Ca’ d’Olina stava per finire, la mia mamma mi chiamava e mi diceva di andare a raccogliere i chiodi. No, non perchè a Ca’ d’Olina piovevano chiodi (questo non lo raccontano nemmeno le leggende, molte delle quali bellissime e intriganti, come quelle di San Michele, il diavolo e il ponte di Olina e del Fantasma del ponte) ma per il semplice fatto che l’acqua battendo violentemente su vie e viottoli portava allo scoperto gli eventuali chiodi persi dai cavalli, usciti cioè dai loro ferri. Poi andavamo a venderli… Come puoi capire era una cosa un po’ folle, da medievale pazienza, e anche segno di grande povertà. Ti dicevo prima delle leggende o novelle come dite voi toscani: bene, ce n’è una intitolata Il tesoro nel bosco del ponte di Olina che racconta di un certo Trillo che invece di andare alla solenne processione per la festa del “Cristo Nero” di Acquaria si recò di nascosto sul greto di un torrente vicino a Burgone: ma appena cominciò a scavare nella speranza di trovare la famosa pentola piena di monete d’oro, successe il finimondo: nebbia fittissima improvvisa, latrati, urla terribili e bestie sconosciute che lo circondarono fin quando una tromba d’aria lo sollevò di peso scagliandolo in un misterioso bosco di Portogrillo…
Ecco, vicende come queste, che io credevo vere, già da bambino dettero fuoco alla mia fantasia. Ma a proposito del “Cristo Nero”: è proprio quel crocifisso in legno policromo di Scuola catalana del XII secolo che anni fa andammo a vedere insieme, ti ricordi? Vedi io non ho la vocazione dell’arte sacra, eppure ho l’impressione da sempre che ogni tanto quel Cristo apra gli occhi per guardarmi, e anche che la sua ombra appaia a volte sulla mia strada… Ecco, moltiplica per mille questi elementi fantastici e conturbanti e avrai un’idea del perchè i miei quadri sono pieni di vari “mostri”, lune e stranissime apparizioni, e forme e personaggi insoliti. Vorrei dire che non li ho inventati io, perchè ancora quarant’anni fa circa erano vivi nelle case antiche di Ca’ d’Olina e volavano per l’aria magica, sparendo poi nel fiume dall’etrusco nome di Scoltenna… Insomma, io ho guardato, ho ricordato: cercando di arricchire il tutto visitando in mezzo mondo chiese e musei (se ti interessa: il Paese che mi piace di più è la Svezia: dove tutto, o quasi, è sempre bianco…)”.
Realtà rustica, locale e magica dunque, in Walter Mac Mazzieri: e non già derivante, come si potrebbe supporre, dal Historia animalium di Aristotele, dalla Naturalis historia di Plinio, da Acerba di Cecco d’Ascoli o, infine, dagli strepitosi, inquietanti e spinosamente simbolici “bestiari” medievali: che non credo egli abbia letto. E nemmeno dai surrealisti, dato che gli artisti che invidia di più, come mi ha confidato, sono il Giovanni Pisano dei pulpiti, con tutti quegli affollamenti di devoti e di dannati, e Harmenszoon van Rijn Rembrandt, e quello stralunato del Pontormo…
Un’altra domanda. “Qual è l’esperienza infantile che ricordi più spesso in quanto poi utile per la tua pittura?”. Gli occhi di Waltrin si illuminano: “Sono diversi, ma uno ce n’è che mi sogno ancora di notte. Un fatto vero, vissuto, non una favola. Avrò avuto cinque o sei anni, era Carnevale e mia madre vedendomi immelanconito più del solito mi confezionò un vestito da drago color verde brillante. Felicissimo, uscii per andare a fare festa a Olina, che è il paese principale mentre Ca’ d’Olina è una piccola frazione, con gli altri bambini. Era un pomeriggio tutto bianco di neve e speravo di trovare chissà quante persone: e invece percorsi i tre chilometri per Olina senza incontrare persona viva. A Olina era tutto vuoto, in silenzio. Aspettai: nessuno. Allora ritornai mestamente a casa, e mi sentivo un povero verme verde nel paesaggio tutto bianco. Ancora una volta nessuno, silenzio. Ebbene, arrivato a casa trovai non i miei parenti, che erano andati a festeggiare altrove, ma un pappagallo rosso che non conoscevo. E mi misi a parlare con lui, per due o tre ore. Poi se ne andò anche lui verso il fiume etrusco…macnel1975 Ecco, la mia vita è stata un po’ sempre così: un bambino vestito da drago verde, un pellegrinaggio solitario nel silenzio bianco, un pappagallo rosso… Vorrei aggiungere che mi son sempre sentito un uccellino, diciamo un pettirosso: anche perchè io credo che quando una persona si mette a fare cip cip a un pettirosso o a una cardellino diventa pettirosso o cardellino anche lui! O se vuoi una colomba: anzi io ho sempre amato in modo particolare le colombe. E di fatto le dipingo spesso. Già, molti animali; ma anche uomini: stralunati, con grosse mani callose, irsuti, gli occhi fissi incantati; a volte pietrificati, a volte vogliosi di tutto, deformati dalla fame e dalla solitudine. Ma questi uomini, i miei uomini, erano quelli di Ca’ d’Olina e non di Machu picchu nel Perù come qualcuno ha sospettato! Io gli uomini di Pavullo e dintorni li dipingevo già da ragazzo, trentacinque anni fa. E cioè quando, dopo essermi esercitato da piccolo disegnando fumetti (questi sono stati la mia prima scuola, insieme con i fascicoli dei Maestri del colore, nei quali curiosamente fui molto impressionato da Morlotti), e avere frequentato invano e per poco l’Istituto d’Arte Venturi di Modena, decisi di affrontare da solo la pittura di figura (paesaggi no, non sono mai rientrati nei miei interessi artistici), via via rafforzandomi culturalmente con le infinite discussioni con Biolchini e Scarabelli, con i quali girammo il mondo: spesso disegnando, per mangiare, sui marciapiedi di Roma, Zurigo, Parigi, Berlino, Copenaghen, e anche in Africa, e chissà dove!”.
“E non ti sarebbe bastato visitare bene Firenze, Siena e Venezia! Perchè questa smania di pellegrinaggi all’estero?”
“Vedi”, mi risponde Waltrin “io un giorno capii che se restavo qui sarei diventato matto. Intendiamoci: io mi sento persona di qui, una pianta, un frutto, una nuvola di Pavullo, o meglio di Ca’ d’Olina. Amai e amo tutto di qui, profondamente: ma un bel giorno io sentii dentro di me un ripudio per questa “culla” di povertà, di fiumi etruschi, di leggende. E così me ne andai. Ritornandoci tuttavia, lo sai per far cosa? Per dipingere un mio Giudizio Universale (non vantartene: ma questa idea-definizione me la desti proprio tu!). Anzi ti dirò che già da tempo, e cioè dal 1963, io avevo messo quel misterioso “Mac” tra il mio nome e il cognome proprio per significare la mia volontà di distacco dai soggetti-ricordo legati all’infanzia. Quindi da allora, ma forse anche da sempre, io avevo cominciato non tanto a giudicare, quanto a raffigurare la grande scena di un “Giudizio” appunto, di cui oggetto e protagonista fosse quel mondo barbarico che mi ero trovato nascendo davanti agli occhi e che mi pesava come un giogo. Mondo incolpevole se si vuole, in quanto vittima di contrasti, assenze e umiliazioni di ogni genere e forma; mondo densissimo di elementi magici, fantastici, demoniaci e stregoneschi, ma anche, a volte, elegiaci e sentimentali (e difatti io ricordo anche e dipingo con gioia partecipe belle e aurorali fanciulle, e lune, e fiori e colombe…). Credo che il modo più esatto per definire questi vari motivi sia presentarli con libertà nelle loro “possibilità” anche deformate o inventate. E così feci quando mi sentii “sicuro di essere fantasia disperata”. Dico questo non tanto per invitare a una lettura tragica delle mie “storie” o “storiette”, ma per indicare qual’è la vera sorgente del mio fare una pittura così: che certamente non è sradicata dalla vita umana, dai problemi anche spirituali, affatto: perchè quando un artista parte per le sue raffigurazioni più varie avendo in sé almeno quella forza interiore che lo spinge a ricordarsi che tutti siamo attesi, volenti o nolenti, in quella shakespeariana “sconosciuta regione dalla quale nessuno ha fatto ritorno”, ecco che allora qualsiasi interpretazione della realtà temporale non può essere una esercitazione avulsa dall’uomo. Ripeto, non voglio affatto ergermi a giudice di nulla e di nessuno; e tantomeno insinuare che le anime dei pavullesi d’oggi… no… ! Semplicemente io ho inteso dare con passione una mia testimonianza visiva, da pittore, liberamente immaginata, rendendo “vero” un mondo che abbia in se la stessa spesso arcana e fertile “verità” delle leggende: come quella del tesoro nel bosco del ponte di Olina, invano cercato durante la processione per la festa del “Cristo Nero” di Acquaria”.
(Non so bene perchè, ma quando ripenso ai dipinti di Walter Mac Mazzieri, a quelle sue storie e storiette di figure di anime imprigionate che via via, simili a tessere di un mosaico medievale rustico e lucente, formano il suo or fanciullesco ora accorato ora allucinato Giudizio Universale mi vengono a volte in mente, non tanto per contrasto quanto forse per una sorta di alluminato e segreto comune palpito, alcuni versi di Dante, non infernali ma bensì paradisiaci. Che dicono: “Sì come schiera d’api, che s’infiora / Una fiata, ed una si ritorna / Là dove suo lavoro s’insapora”…
Una citazione fuori luogo? Chi sa…)