Fabiani Enzo

HA CREATO UN NUOVO MONDO
di Enzo Fabiani
(da “Gente”, luglio 1971)

 

regalandofogliepartTra i giovani artisti italiani che tenendo fede alla pittura, cercano di dire la loro parola nuova, Walter Mac Mazzieri si distingue per l’eccezionalità del mondo che rappresenta, per le qualità native e la straordinaria fantasia, che lo portano a dipingere quadri impressionanti per la loro enigmatica bellezza. Su torri di torri rosse si vedono, ad esempio, uomini dalle mani enormi che fissano attoniti o piangenti, mentre grandi e soffici colombe li ascoltano e brutti animaletti si muovono intorno ai loro piedi o cercano di salire per le loro gambe. Sono scene di un’apocalisse onirica, di un inferno viscerale e angoscioso, e a volte scostante, in cui tutto (ad eccezione degli occhi imploranti) ha atrocemente perduto armonia e dimensione.
Siamo, come si può capire, nell’ambito del surrealismo; davanti cioè alle “più inquietanti apparenze esteriori” tanto care al movimento bretoniano, ed è facile, guardando i quadri di Mazzieri, ricordare i nomi di Max Ernst e di Savinio; come anche, per quanto richiama l’aggancio al simbolismo, di Gustave Moreau e Odilon Redon. Eppure questo giovane di ventidue anni è riuscito a continuare con ammirevoli e anche sorprendenti intuizioni il discorso di quei maestri; ed è ormai vicino a quella maturità e a quella autonomia che, se tutto andrà bene, lo confermeranno creatore di alcune tra le immagini più inquietanti della pittura contemporanea.
Sono venuto a Pavullo nel Frignano, in quel di Modena, per vedere Mazzieri nel suo studio, e ho trovato un ragazzone biondochiomato, gentile e anche un po’ spaurito. Alle pareti alcuni suoi quadri dipinti con grande meticolosità e bravura e in cui dominano i rossi, i viola e gli azzurri. Ho cercato di capire qualcuna delle misteriose ragioni per cui egli è arrivato a queste sue incredibili immagini. E prima di tutto gli domando qualcosa della sua vita.
“Sono nato”, risponde Mazzieri “vicino al fiume, a Ca’ d’Olina, tra i monti, in un piccolo gruppo di case abitato da sette o otto famiglie di contadini. Ho vissuto fino a dieci anni in quelle case di pietra e di legno. I miei genitori tenevano, con mio fratello, alcuni cavalli e un po’ di terra. Coi cavalli andavamo ogni sera a raccogliere il latte nelle case più sperdute, alle quali si arrivava per sentieri impossibili. Le giornate io le passavo da solo, tra i colombi, le mucche, le capre e le formiche. Ero tanto abituato a parlare con loro da continuare per ore ed ore quello strano colloquio. Poi, la sera, disegnavo quegli animali a memoria. Io credevo che il mondo finisse con le montagne, e che al di là ci fosse il deserto o il mare. La scuola era lontana, ed io l’amavo molto poco, anche perchè per essa dovevo abbandonare i miei colloqui con gli animali. Ecco: le colombe e gli altri animali che si vedono nei miei quadri sono ricordi di allora. Uno dei miei motivi prediletti è, infatti, l’uomo che parla con le colombe, mentre la città sullo sfondo è come un mostro che lo minaccia”.
E perchè quasi tutti i tuoi personaggi hanno qualcosa di monumentale, mani e piedi enormi, sproporzionati al corpo, come in certi affreschi della grande scuola sudamericana?“.
“Anche questo è un ricordo d’infanzia: io, bambino, guardavo quelle grandi mani dei contadini e dei montanari, e ne avevo quasi paura. Perciò li ho tenuti come elementi costanti nel mio lavoro”.
Hai viaggiato, qualche volta?“.
“Ho viaggiato molto; è una delle mie passioni. Dopo avere frequentato per tre mesi l’Istituto d’arte di Modena ed esserne fuggito disperato, lavorai per due anni, e cioè fino a diciassette, in una piccola fabbrica, qui a Pavullo: poi decisi di conoscere il mondo. Partivo da solo o, a volte, con due miei amici scultori, con cinque o dieci mila lire in tasca. Facevo l’autostop: ho girato così quasi tutti i Paesi d’Europa, visitando musei e gallerie. Per vivere, guadagnavo qualcosa disegnando sui marciapiedi. Ho visitato anche varie zone dell’Africa: e fu questo il viaggio più appassionante e anche più fruttuoso, perchè al ritorno decisi di fare soltanto il pittore”.
Mentre quasi tutti i tuoi coetanei fanno la pittura astratta, o “povera” o pop, come e perchè hai scelto una strada tanto diversa? Ti senti un pittore di oggi, o un rievocatore del passato?“.
“Io credo”, risponde Mazzieri “che l’artista debba essere protagonista del proprio tempo e conquistarsi, con la più assoluta libertà, quelle immagini che la sua fantasia e i maestri gli offrono. Il pittore non deve affatto descrivere, ma ricostruire l’uomo attraverso un’azione vissuta poeticamente e poeticamente reinventata. La poesia, io credo, interviene quando in noi vi è l’abitudine ad essere poeti: cioè pronti a credere e a soffrire e disposti per essa a tutto. Sì, la mia pittura è stata definita, in occasione delle mostre personali o collettive, surrealista, realistico-visionaria, eccetera. Sia come sia, io dipingo, come ho già detto, quello che ho visto e amato: animali e contadini, e cerco di immergerli, da dominatori però, in una atmosfera di sogno e leggenda: molto simile pertanto allo stato d’animo che nasceva in me quando ascoltavo le favole e le leggende. E questo lato rievocativo si è sviluppato quando è intervenuta la nostalgia per quel mondo così straordinario. Certo, a pensarci bene, i miei quadri possono apparire conturbanti, a volte anche sgradevoli: ma basta ascoltarsi e guardarsi dentro per sentire che in noi c’è, volere o no, qualcosa di straordinario, di fantastico, di ambiguo, di angoscioso, di onirico; dominato, tuttavia, da una immagine centrale, da una forza che ci impedisce di naufragare nel terrore. Forza che è fede nell’uomo, amore per la natura, capacità di intuire quel che avviene o avverrà, nella “regione sconosciuta” di shakespeariana memoria”.
Nel tuo lavoro ti ha aiutato la lettura; e di che cosa?“.
“Ho sempre letto molto, e ho anche scritto poesie. Gli autori? Tutti, da quelli a me più vicini come Huysmans, ai poeti contemporanei. Ma non sarebbe giusto dire che io sono stato suggestionato dalla letteratura. Ho studiato per dovere e curiosità, ma ho sempre dato libertà alla mia fantasia: che spero rimanga viva e scintillante per molti decenni ancora.”
Mazzieri mi fa vedere qualche quadro, e incomincia con i primi ritratti: del nonno, di qualche amica. Sembrano copie di vecchie fotografie, commoventi nella loro ingenuità. Poi quadri più grandi, con richiami ai fauves e gli espressionisti. Ma ecco la prima esplosione: il quadro intitolato Poesia di vento e sacrificio, che raffigura un uomo seduto su un uovo e con in testa una soffice colomba bianca. Vicino a lui un grande uovo su cui scorrono gocce d’acqua; poi un viso seminascosto, ed infine una colomba blu che beve il latte in una ciotola bianca. È un punto di svolta per Mazzieri, che si getta a capofitto in una orgia di donne e colombe, piccoli mostri e cavalli. Viene in mente Siqueiros con gli altri maestri sudamericani; come anche certe prodigiose figurazioni medievali.
Ecco poi un personaggio storico, il re longobardo Rachtis che, prima di farsi benedettino, si strappa la corona dalla testa: corona simile ad una cittadella popolata di mostri; poi la mirabile composizione intitolata Una sfera di sole dominata da una tigre che, dalle torri di una città marcescente, ringhia contro un uomo e una colomba. C’è il senso, il peso di un profondo indecifrabile mistero; si ha qui, come per le altre tele, la sensazione che sia avvenuto qualcosa di irreparabile che tutto sgretola o fa marcire. Soltanto gli occhi dei personaggi restano limpidi, anche se intorno è grido e sfacelo; anche se le mani o le braccia sembrano sul punto di scoppiare per la grande fatica sopportata.
Ma descrivere questi quadri non è possibile, anche perchè colpiscono l’anima come frecce infuocate e richiamano la triste e rossastra danza dei fuochi fatui. Walter Mac Mazzieri, comunque, ha saputo intuire e rappresentare qualcosa di straordinario e dipingerlo con grande maestria: e se il buon dì si vede dal mattino, è lecito e soprattutto doveroso credere per lui in una giornata tra le più singolari e profonde.