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antologia critica | walter mac mazzieri | |||
Dovendo
scrivere del pittore Walter Mac Mazzieri da Ca' d'Olina, molto
mi piacerebbe il rassomigliare a Giorgio Vasari, maestro dei cronisti
d'arte. Potrei così raccontare degnamente le "mirabili
cose" delle quali il leggendario "Waltrin" è
stato ed è protagonista e inventore, o creatore che dir
si voglia. E c'è anche un altro motivo per cui la penna
del grande aretino mi è ritornata in mente, e cioè
quella bellissima definizione che egli ci dà del personaggio
nomato Tommaso di ser Giovanni di Mone Cassai detto Masaccio,
e che mi pare ben si attagli, con i doverosi adattamenti, al mio
amico Waltrin. Questa "Fu persona astrattissima e molto a
caso, come quello che avendo fisso tutto l'animo e la volontà
alle cose dell'arte sola, si curava poco di sè e manco
d'altrui. E perchè È non volle pensare giammai in
maniera alcuna alle cure o cose del mondo... Essendo egli la bontà
naturale... era tanto amorevole nel fare altrui servizio e piacere,
che più oltre non può bramarsi".
E così, accennato in bel modo quel che conosco e penso
di Mac Mazzieri come uomo e amico carissimo, ritorno alla mia
misura per dire alcune cose che ricordo di lui, e che credo utili
per meglio capire la sua pittura e in particolare quella straordinarità
che la distingue e che fin dal suo inizio ha colpito, o comunque
non ha lasciato indifferenti, anche critici e scrittori illustri,
rimasti sorpresi e quasi increduli ai quadri di questo "arimanno"
(termine che, a quanto pare, in longobardo frignanese significava
"uomo libero" ed era riferito ai guerrieri addetti alla
guardia permanente).
E veniamo alle cronache e a qualche lampo rivelatore o comunque
indicativo. Conobbi Walter Mac Mazzieri ventisette anni fa, cioè
nel 1970, non ricordo il mese, durante una cena in via Ciovasso
a Milano. Ero con la solita ed eletta "banda" di nomi
noti o già illustri, quali Bruno Cassinari, Beppino Migneco,
Gianni Dova e altri: tranquilli almeno in apparenza, maligni verso
i colleghi di pennello secondo il necessario. Si parlava insomma
e si maldiceva con una qualcerta serietà. Eravamo alla
pietanza, quando vidi ad un tavolo un po' lontano un mio amico.
Ci salutammo con un gesto lieto: era Osvaldo Prandoni, appassionato
d'arte e notissimo come regista televisivo, magistrale in specie
nelle riprese delle partite di calcio. Alla frutta, Prandoni mi
fece segno che voleva parlarmi, e io lo chiamai al nostro tavolo.
Si avvicinò alquanto intimorito per i maestri a me prossimi
(che peraltro, saputo chi era, quasi lo applaudirono) e ci chiese
se poteva permettersi di farci vedere le fotografie di alcuni
quadri di un giovane pittore suo amico, e cioè di quell'angelico
vichingo biondochiomato e occhialuto che era al suo tavolo. Naturalmente
tutti rispondemmo "sì, sì perbacco" e
lui distribuì alcune fotografie a colori. Le stavamo guardando
quand'ecco Beppino Minieco esclamare, lui che era il più
diffidente e severo: "Miiinchia: ma chi è questo fenomeno?!".
Questa la cronaca e quella la parola, di quel momento certo emozionante
oltre ogni dire per Walter, che chiamato a grandi gesti si avvicinò
tremante e balbettò con grandi inchini chissà cosa.
Fatto sta che da quella sera a Milano il nome del giovane pittore
di Ca' d'Olina cominciò a girare, come suol dirsi. E difatti
io il 6 luglio 1970 gli pubblicai quella che credo sia la prima
"ampia recensione a livello nazionale"; poi vennero
la prima mostra, alla galleria Cavour di Renzo Cortina, e vari
servizi televisivi; e in seguito la grande mostra alla galleria
Levi che fu visitata da oltre cinquemila persone (tra le quali,
entusiasta, il grande critico e poeta, Sergio Solmi, che io avevo
invitato). A proposito della mostra da Cortina, ricordo che telefonai
a Dino Buzzati pregandolo di scrivere qualcosa su quel giovane
pittore che in certo senso richiamava i suoi racconti. Gentilissimo
Buzzati mi rispose: "Obbedisco". E difatti giorni dopo
il ventiquattrenne Walter Mac Mazzieri potè leggere sul
"Corriere della Sera" del 26 ottobre 1971: "Un
volto soave che andrebbe bene come modello per un Cristo, incorniciato
da una non esagerata chioma bionda e da una superflua barbettina
alla Abramo Lincoln. Altrettanta dolcezza, e timidezza, nel suo
modo di fare; contrastanti con i suoi quadri, dove si contorcono,
gemono, si stringono disperatamente la testa tra le mani degli
esseri da favola, nerboruti e nocchiuti, che sembrano uscire da
una rupestre saga messicana e invece sono scaturiti dai montanari
dell'Appennino modenese, dove Mazzieri è nato 24 anni fa.
Non c'è dubbio ch'egli ha realizzato un suo bizzarro regno,
popolato anche da inconsueti animali araldici, e realizzato con
una bravura tecnica che ne fa un caso di precocità".
Esatto, e anche controllato, Buzzati come sempre dato il suo carattere:
eppure, tenendo presente la sua grande personalità e fama,
il giornale su cui scriveva e il confuso periodo artistico di
allora, questa recensione positiva fu un autentico "battesimo"
poetico di e per Walter.
Intendiamoci, rivedendo nella monografia alcuni quadri di quegli
anni, ancora oggi si resta davvero sorpresi, e anzi meravigliati,
poichè Un ventre di calce rosa, Le nuvole raccolte,
Dove rifugia il mio pensiero, Le nuvole sono pigre tartarughe,
Le ali tagliate delle nostre colombe, Un giardino di lucciole
che piangono, La casa di Ibrahim, Mai vidi
nell'iride vostra azzurra, A Banja
Luka ci hanno svegliato le colombe, e così via,
sono opere in cui, pur se qua e là qualcosa può
sembrare acerbo, si definisce un mondo che dimenticare non è
facile: per la sua enigmaticità innanzitutto, per la sua
ingentilita barbaricità, per il candore imperterrito con
cui quel regno estravagante viene raccontato e offerto, rivelando
una fantasia e una autenticità innegabili e inquietanti.
Ricordo che fino a qualche tempo fa avevo nel mio studio un piccolo
quadro di Waltrin con alcune sue tipiche colombe simili a monaci
Camaldolesi meditanti: ebbene, tutti coloro che (maestri astrattisti
schizzinosi, maestri scultori superbiosi, critici stitici, realisti
social garibaldini, poeti tardoparoliberi) capitavano in quel
porto di mare che era allora casa mia (oggi vivo da eremita, e,
poichè è "venuta la sera", ricevo soltanto
Dante, Masaccio, Dino Campana e Arturo Martini...); ebbene tutti,
dicevo, pur senza ricorrere all'esclamazione sicula di Beppino
Migneco, restavano lì a guardare quasi increduli quella
"visione di una conturbante realtà", quella "poesia
di vento e di sacrificio" lievitanti in quella tela. Del
resto già nel 1971 l'intelligente e acuto critico Giuseppe
Marchiori scriveva all'editore Artioli di aver ammirato "la
stupenda edizione del volume dedicato a Mazzieri; un pittore,
tra i pochi in Italia, che segue la difficile via della surrealtà
e del simbolismo, esplorando un mondo segreto e meraviglioso.
Strano tipo, questo Mazzieri, che ha detto: La libertà
è quando uno sta solo. (Si tratterebbe però, in
questo caso, di una libertà più facile di quella
che si raggiunge vivendo in mezzo alla gente, nella continuità
di un intenso rapporto sociale. Però, anche dalla solitudine
di Mazzieri nascono i mostri, i giganteschi mostri dell'allucinazione
e dei conflitti interiori. Il pittore è davvero fuori delle
proporzioni normali...)".
Dopo
quel fatidico incontro a cena, ho rivisto molte e molte volte
Waltrin, anche se ci sono stati tra noi alcuni silenzi di anni,
causati da questo o da quel dramma familiare o personale; oppure
dalla scomparsa di amici leggendari come Giorgio Pellati, che
era capace di venire a 200 all'ora a Milano da Pavullo in motocicletta
per dirmi semplicemente che Waltrin mi salutava (ma in realtà
la ragione vera era quella di mostrarmi beato la sua nuova splendida
moto che egli diceva tedesca ma che poi scoprivo essere stata
messa insieme da lui, meccanico formidabile, con i pezzi più
eterogenei, e anche di cercar di rifilarmi come medievale una
balestra da lui finita il giorno prima...). Poi di nuovo una telefonata
di Waltrin per dirmi che era stato per due anni molto lontano
da Pavullo e cioè... a Venezia! Telefonata che finiva,
quasi per farsi perdonare la silenziosa latitanza, con la domanda:
"Ti piace il Lambrusco?...".
Altri tempi, giovanili, spontanei, durante i quali né io
né lui ci curavamo di sapere o immaginare che, come dice
Shakespeare "È la coscienza che ci rende vili"
coscienza nel senso di amara conoscenza più del male che
del bene; vili nel senso di scontrosi, di affaticati, magari di
umiliati e offesi. Questo capita a tutti, per certi periodi. Fino
a quando non scopriamo l'invito e il consiglio di San Tommaso
di Aquino: "Lasciati illuminare dai tuoi dubbi!". Non
so se tutto o in parte, questo sia capitato a Waltrin. A me si.
Comunque sia, passiamo ad altro: e cioè all'impegnativa
domanda del come e del perchè è nata questa pittura
macmazzieriana. Molti, e spesso acutamente, questa domanda se
la sono posta, e ognuno ha cercato di rispondere secondo le sue
forze culturali e interpretative: e ad essi rimando nell'"antologia
critica" di questo volume, dove si leggono diverse pagine
con le quali è facile e doveroso essere daccordo. Tuttavia
io sento di dovere insistere, senza pretesa di novità,
su alcuni punti. Il primo, e direi fondamentale, dei quali è
l'importanza certa del "natio borgo selvaggio", cioè
Ca' d'Olina e dintorni, dato che è lì che sono le
radici di tutto il discorso di Mac Mazzieri; lì che ha
cominciato a scaldarsi il lievito della sua fantasia rusticobarbarica,
addolcita se si vuole dal temperamento eppoi arricchita e vivacizzata
nei musei di mezza Europa dagli incontri con Goya e Savinio, Magritte,
e magari anche con Grünewald e anche forse con Arcimboldi,
fantasticheggiante compagnia bella e illustre, o meno. È
lì che il pittore si è scoperto, come ha scritto
in una sua poesia, "sicuro di essere fantasia disperata".
Si noti che dice di "essere" non di "avere":
e questo è poeticamente e psicologicamente determinante.
Va bene che questo verso è incastonato fra altri diciamo
consolatori o onirici. Ma il punto vero e rivelatore è
lì, come si può capire meglio citando tutto il breve
componimento, che dice: "nel
giorno che dovrò morire, / sicuro di essere fantasia disperata,
/ una bianca ballerina / mi conterà le punte di stelle
/ sulla carne". Il lampo, il nocciolo, la ferita, sono
lì, in quel secondo verso, mentre il resto è diciamo
ambientazione: così come si può peraltro a volte
riscontrare nei suoi quadri, cioè in quelle varie forme
che sono o possono essere "decorative" o funzionali
intorno alla figura protagonista.
Quando
tre anni orsono, presentai la mostra antologica dello scomparso
scultore Raffaele Biolchini (che con lo scultore Davide Scarabelli
era stato compagno delle avventure cultural-divaganti europee
e africane di Walter), avevo supposto che la prima e più
profonada formazione artistico-culturale di quei giovani artisti
pavullesi non era nata dalle romaniche architetture e dalle Wiligelmiche
sculture del Duomo di Modena (Walter addirittura assicura di detestarlo,
dato che sempre lo citano a suo riguardo, pur senza averlo mai
visto) e da simili nobiltà, ma bensì dai vari edifici,
fregi, maschere e mascheroni spesso medievali di Ca' Caluppo,
Gallina-morta, Beccaluva di Sopra, Coscogno, Camatta, Olina e
naturalmente di Ca' d'Olina (dove nella dugentesca "Casa
del Capitano" Walter Mac Mazzieri si vanta di essere nato:
al primo piano, dato che a pian terreno "abitavano"
qualche pecora, capra, mucca e cavallo). Quelle facce dure, consunte,
tragiche, "appenniniche"; quelle serpentine guizzanti
sugli architravi; quei soli mezzo sbriciolati: lì, Walter
e gli altri avevano "letto" fin da piccolini la vera
lezione del tempo, la vera lezione degli antichi scalpellini-scultori;
la severa armonia che nasceva da una fede religiosa robusta quanto
dolorosa, amata quanto, almeno apparentemente inefficace. Lì
Walter e compagni respirarono l'aria rannuvolata della disperazione,
e raramente quella ridente della speranza e della bellezza. Il
resto visto altrove, era un'aggiunta: bella, elegante, surrealista
eccetera, ma con il malefico rischio, per loro, della letteratura
risaputa, decorativa.
Di recente ho rivisto Walter (rimessosi, grazie anche alla vicinanza
della moglie "Aurora e le sue mani chiare" e della figlia
Melania, da una fastidiosa malattia), e gli ho fatto alcune domande
di proposito semplici, ricevendo, come speravo, risposte illuminanti
e comunque tali da indicare e sollecitare un nuovo modo di lettura
del suo fantasmagorico mondo: lettura fatta in nome di alcune
importanti ragioni interiori da aggiungere a quelle fantastico-visive
ragioni da cui deriva, credo, un arricchimento in profondità,
che porta a scoprire, o comunque a meglio capire, la personalità
dell'artista, il suo atteggiamento verso la realtà subita
o indagata, il suo pensiero dominante.
Prima gli ho domandato qual era il lavoro compiuto da bambino
che ricordava con più interesse, a parte i vari altri (come
la raccolta del latte nelle stalle montanine o la distribuzione
antelucana dei dolci da colazione nei bar, già più
volte ricordati). Walter mi ha raccontato allora di un lavoro
del quale mai l'avevo sentito parlare. Questo: "quando uno
dei frequenti temporali che si abbattevano su Ca' d'Olina stava
per finire, la mia mamma mi chiamava e mi diceva di andare a raccogliere
i chiodi. No, non perchè a Ca' d'Olina piovevano chiodi
(questo non lo raccontano nemmeno le leggende, molte delle quali
bellissime e intriganti, come quelle di San Michele, il diavolo
e il ponte di Olina e del Fantasma del ponte) ma per il semplice
fatto che l'acqua battendo violentemente su vie e viottoli portava
allo scoperto gli eventuali chiodi persi dai cavalli, usciti cioè
dai loro ferri. Poi andavamo a venderli... Come puoi capire era
una cosa un po' folle, da medievale pazienza, e anche segno di
grande povertà. Ti dicevo prima delle leggende o novelle
come dite voi toscani: bene, ce n'è una intitolata Il
tesoro nel bosco del ponte di Olina che racconta di un certo
Trillo che invece di andare alla solenne processione per la festa
del "Cristo Nero" di Acquaria si recò di nascosto
sul greto di un torrente vicino a Burgone: ma appena cominciò
a scavare nella speranza di trovare la famosa pentola piena di
monete d'oro, successe il finimondo: nebbia fittissima improvvisa,
latrati, urla terribili e bestie sconosciute che lo circondarono
fin quando una tromba d'aria lo sollevò di peso scagliandolo
in un misterioso bosco di Portogrillo...
Ecco, vicende come queste, che io credevo vere, già da
bambino dettero fuoco alla mia fantasia. Ma a proposito del "Cristo
Nero": è proprio quel crocifisso in legno policromo
di Scuola catalana del XII secolo che anni fa andammo a vedere
insieme, ti ricordi? Vedi io non ho la vocazione dell'arte sacra,
eppure ho l'impressione da sempre che ogni tanto quel Cristo apra
gli occhi per guardarmi, e anche che la sua ombra appaia a volte
sulla mia strada... Ecco, moltiplica per mille questi elementi
fantastici e conturbanti e avrai un'idea del perchè i miei
quadri sono pieni di vari "mostri", lune e stranissime
apparizioni, e forme e personaggi insoliti. Vorrei dire che non
li ho inventati io, perchè ancora quarant'anni fa circa
erano vivi nelle case antiche di Ca' d'Olina e volavano per l'aria
magica, sparendo poi nel fiume dall'etrusco nome di Scoltenna...
Insomma, io ho guardato, ho ricordato: cercando di arricchire
il tutto visitando in mezzo mondo chiese e musei (se ti interessa:
il Paese che mi piace di più è la Svezia: dove tutto,
o quasi, è sempre bianco...)".
Realtà rustica, locale e magica dunque, in Walter Mac Mazzieri:
e non già derivante, come si potrebbe supporre, dal Historia
animalium di Aristotele, dalla Naturalis historia di
Plinio, da Acerba di Cecco d'Ascoli o, infine, dagli strepitosi,
inquietanti e spinosamente simbolici "bestiari" medievali:
che non credo egli abbia letto. E nemmeno dai surrealisti, dato
che gli artisti che invidia di più, come mi ha confidato,
sono il Giovanni Pisano dei pulpiti, con tutti quegli affollamenti
di devoti e di dannati, e Harmenszoon van Rijn Rembrandt, e quello
stralunato del Pontormo...
Un'altra domanda. "Qual è l'esperienza infantile che
ricordi più spesso in quanto poi utile per la tua pittura?".
Gli occhi di Waltrin si illuminano: "Sono diversi, ma uno
ce n'è che mi sogno ancora di notte. Un fatto vero, vissuto,
non una favola. Avrò avuto cinque o sei anni, era Carnevale
e mia madre vedendomi immelanconito più del solito mi confezionò
un vestito da drago color verde brillante. Felicissimo, uscii
per andare a fare festa a Olina, che è il paese principale
mentre Ca' d'Olina è una piccola frazione, con gli altri
bambini. Era un pomeriggio tutto bianco di neve e speravo di trovare
chissà quante persone: e invece percorsi i tre chilometri
per Olina senza incontrare persona viva. A Olina era tutto vuoto,
in silenzio. Aspettai: nessuno. Allora ritornai mestamente a casa,
e mi sentivo un povero verme verde nel paesaggio tutto bianco.
Ancora una volta nessuno, silenzio. Ebbene, arrivato a casa trovai
non i miei parenti, che erano andati a festeggiare altrove, ma
un pappagallo rosso che non conoscevo. E mi misi a parlare con
lui, per due o tre ore. Poi se ne andò anche lui verso
il fiume etrusco...
Ecco, la mia vita è stata un po' sempre così: un
bambino vestito da drago verde, un pellegrinaggio solitario nel
silenzio bianco, un pappagallo rosso... Vorrei aggiungere che
mi son sempre sentito un uccellino, diciamo un pettirosso: anche
perchè io credo che quando una persona si mette a fare
cip cip a un pettirosso o a una cardellino diventa pettirosso
o cardellino anche lui! O se vuoi una colomba: anzi io ho sempre
amato in modo particolare le colombe. E di fatto le dipingo spesso.
Già, molti animali; ma anche uomini: stralunati, con grosse
mani callose, irsuti, gli occhi fissi incantati; a volte pietrificati,
a volte vogliosi di tutto, deformati dalla fame e dalla solitudine.
Ma questi uomini, i miei uomini, erano quelli di Ca' d'Olina e
non di Machu picchu nel Perù come qualcuno ha sospettato!
Io gli uomini di Pavullo e dintorni li dipingevo già da
ragazzo, trentacinque anni fa. E cioè quando, dopo essermi
esercitato da piccolo disegnando fumetti (questi sono stati la
mia prima scuola, insieme con i fascicoli dei Maestri del colore,
nei quali curiosamente fui molto impressionato da Morlotti), e
avere frequentato invano e per poco l'Istituto d'Arte Venturi
di Modena, decisi di affrontare da solo la pittura di figura (paesaggi
no, non sono mai rientrati nei miei interessi artistici), via
via rafforzandomi culturalmente con le infinite discussioni con
Biolchini e Scarabelli, con i quali girammo il mondo: spesso disegnando,
per mangiare, sui marciapiedi di Roma, Zurigo, Parigi, Berlino,
Copenaghen, e anche in Africa, e chissà dove!".
"E non ti sarebbe bastato visitare bene Firenze, Siena e
Venezia! Perchè questa smania di pellegrinaggi all'estero?"
"Vedi", mi risponde Waltrin "io un giorno capii
che se restavo qui sarei diventato matto. Intendiamoci: io mi
sento persona di qui, una pianta, un frutto, una nuvola di Pavullo,
o meglio di Ca' d'Olina. Amai e amo tutto di qui, profondamente:
ma un bel giorno io sentii dentro di me un ripudio per questa
"culla" di povertà, di fiumi etruschi, di leggende.
E così me ne andai. Ritornandoci tuttavia, lo sai per far
cosa? Per dipingere un mio Giudizio Universale (non vantartene:
ma questa idea-definizione me la desti proprio tu!). Anzi ti dirò
che già da tempo, e cioè dal 1963, io avevo messo
quel misterioso "Mac" tra il mio nome e il cognome proprio
per significare la mia volontà di distacco dai soggetti-ricordo
legati all'infanzia. Quindi da allora, ma forse anche da sempre,
io avevo cominciato non tanto a giudicare, quanto a raffigurare
la grande scena di un "Giudizio" appunto, di cui oggetto
e protagonista fosse quel mondo barbarico che mi ero trovato nascendo
davanti agli occhi e che mi pesava come un giogo. Mondo incolpevole
se si vuole, in quanto vittima di contrasti, assenze e umiliazioni
di ogni genere e forma; mondo densissimo di elementi magici, fantastici,
demoniaci e stregoneschi, ma anche, a volte, elegiaci e sentimentali
(e difatti io ricordo anche e dipingo con gioia partecipe belle
e aurorali fanciulle, e lune, e fiori e colombe...). Credo che
il modo più esatto per definire questi vari motivi sia
presentarli con libertà nelle loro "possibilità"
anche deformate o inventate. E così feci quando mi sentii
"sicuro di essere fantasia disperata". Dico questo non
tanto per invitare a una lettura tragica delle mie "storie"
o "storiette", ma per indicare qual'è la vera
sorgente del mio fare una pittura così: che certamente
non è sradicata dalla vita umana, dai problemi anche spirituali,
affatto: perchè quando un artista parte per le sue raffigurazioni
più varie avendo in sé almeno quella forza interiore
che lo spinge a ricordarsi che tutti siamo attesi, volenti o nolenti,
in quella shakespeariana "sconosciuta regione dalla quale
nessuno ha fatto ritorno", ecco che allora qualsiasi interpretazione
della realtà temporale non può essere una esercitazione
avulsa dall'uomo. Ripeto, non voglio affatto ergermi a giudice
di nulla e di nessuno; e tantomeno insinuare che le anime dei
pavullesi d'oggi... no... ! Semplicemente io ho inteso dare con
passione una mia testimonianza visiva, da pittore, liberamente
immaginata, rendendo "vero" un mondo che abbia in se
la stessa spesso arcana e fertile "verità" delle
leggende: come quella del tesoro nel bosco del ponte di Olina,
invano cercato durante la processione per la festa del "Cristo
Nero" di Acquaria".
(Non so bene perchè, ma quando ripenso ai dipinti di Walter
Mac Mazzieri, a quelle sue storie e storiette di figure di anime
imprigionate che via via, simili a tessere di un mosaico medievale
rustico e lucente, formano il suo or fanciullesco ora accorato
ora allucinato Giudizio Universale mi vengono a volte in mente,
non tanto per contrasto quanto forse per una sorta di alluminato
e segreto comune palpito, alcuni versi di Dante, non infernali
ma bensì paradisiaci. Che dicono: "Sì come
schiera d'api, che s'infiora / Una fiata, ed una si ritorna /
Là dove suo lavoro s'insapora"...
Una citazione fuori luogo? Chi sa...)
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