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antologia critica | walter mac mazzieri | |||
Tra
i giovani artisti italiani che tenendo fede alla pittura, cercano
di dire la loro parola nuova, Walter Mac Mazzieri si distingue
per l'eccezionalità del mondo che rappresenta, per le qualità
native e la straordinaria fantasia, che lo portano a dipingere
quadri impressionanti per la loro enigmatica bellezza. Su torri
di torri rosse si vedono, ad esempio, uomini dalle mani enormi
che fissano attoniti o piangenti, mentre grandi e soffici colombe
li ascoltano e brutti animaletti si muovono intorno ai loro piedi
o cercano di salire per le loro gambe. Sono scene di un'apocalisse
onirica, di un inferno viscerale e angoscioso, e a volte scostante,
in cui tutto (ad eccezione degli occhi imploranti) ha atrocemente
perduto armonia e dimensione.
Siamo, come si può capire, nell'ambito del surrealismo;
davanti cioè alle "più inquietanti apparenze
esteriori" tanto care al movimento bretoniano, ed è
facile, guardando i quadri di Mazzieri, ricordare i nomi di Max
Ernst e di Savinio; come anche, per quanto richiama l'aggancio
al simbolismo, di Gustave Moreau e Odilon Redon. Eppure questo
giovane di ventidue anni è riuscito a continuare con ammirevoli
e anche sorprendenti intuizioni il discorso di quei maestri; ed
è ormai vicino a quella maturità e a quella autonomia
che, se tutto andrà bene, lo confermeranno creatore di
alcune tra le immagini più inquietanti della pittura contemporanea.
Sono venuto a Pavullo nel Frignano, in quel di Modena, per vedere
Mazzieri nel suo studio, e ho trovato un ragazzone biondochiomato,
gentile e anche un po' spaurito. Alle pareti alcuni suoi quadri
dipinti con grande meticolosità e bravura e in cui dominano
i rossi, i viola e gli azzurri. Ho cercato di capire qualcuna
delle misteriose ragioni per cui egli è arrivato a queste
sue incredibili immagini. E prima di tutto gli domando qualcosa
della sua vita.
"Sono nato", risponde Mazzieri "vicino al fiume,
a Ca' d'Olina, tra i monti, in un piccolo gruppo di case abitato
da sette o otto famiglie di contadini. Ho vissuto fino a dieci
anni in quelle case di pietra e di legno. I miei genitori tenevano,
con mio fratello, alcuni cavalli e un po' di terra. Coi cavalli
andavamo ogni sera a raccogliere il latte nelle case più
sperdute, alle quali si arrivava per sentieri impossibili. Le
giornate io le passavo da solo, tra i colombi, le mucche, le capre
e le formiche. Ero tanto abituato a parlare con loro da continuare
per ore ed ore quello strano colloquio. Poi, la sera, disegnavo
quegli animali a memoria. Io credevo che il mondo finisse con
le montagne, e che al di là ci fosse il deserto o il mare.
La scuola era lontana, ed io l'amavo molto poco, anche perchè
per essa dovevo abbandonare i miei colloqui con gli animali. Ecco:
le colombe e gli altri animali che si vedono nei miei quadri sono
ricordi di allora. Uno dei miei motivi prediletti è, infatti,
l'uomo che parla con le colombe, mentre la città sullo
sfondo è come un mostro che lo minaccia".
"E perchè quasi tutti i tuoi personaggi hanno qualcosa
di monumentale, mani e piedi enormi, sproporzionati al corpo,
come in certi affreschi della grande scuola sudamericana?".
"Anche questo è un ricordo d'infanzia: io, bambino,
guardavo quelle grandi mani dei contadini e dei montanari, e ne
avevo quasi paura. Perciò li ho tenuti come elementi costanti
nel mio lavoro".
"Hai viaggiato, qualche volta?".
"Ho viaggiato molto; è una delle mie passioni. Dopo
avere frequentato per tre mesi l'Istituto d'arte di Modena ed
esserne fuggito disperato, lavorai per due anni, e cioè
fino a diciassette, in una piccola fabbrica, qui a Pavullo: poi
decisi di conoscere il mondo. Partivo da solo o, a volte, con
due miei amici scultori, con cinque o dieci mila lire in tasca.
Facevo l'autostop: ho girato così quasi tutti i Paesi d'Europa,
visitando musei e gallerie. Per vivere, guadagnavo qualcosa disegnando
sui marciapiedi. Ho visitato anche varie zone dell'Africa: e fu
questo il viaggio più appassionante e anche più
fruttuoso, perchè al ritorno decisi di fare soltanto il
pittore".
"Mentre quasi tutti i tuoi coetanei fanno la pittura astratta,
o "povera" o pop, come e perchè hai scelto una
strada tanto diversa? Ti senti un pittore di oggi, o un rievocatore
del passato?".
"Io credo", risponde Mazzieri "che l'artista debba
essere protagonista del proprio tempo e conquistarsi, con la più
assoluta libertà, quelle immagini che la sua fantasia e
i maestri gli offrono. Il pittore non deve affatto descrivere,
ma ricostruire l'uomo attraverso un'azione vissuta poeticamente
e poeticamente reinventata. La poesia, io credo, interviene quando
in noi vi è l'abitudine ad essere poeti: cioè pronti
a credere e a soffrire e disposti per essa a tutto. Sì,
la mia pittura è stata definita, in occasione delle mostre
personali o collettive, surrealista, realistico-visionaria, eccetera.
Sia come sia, io dipingo, come ho già detto, quello che
ho visto e amato: animali e contadini, e cerco di immergerli,
da dominatori però, in una atmosfera di sogno e leggenda:
molto simile pertanto allo stato d'animo che nasceva in me quando
ascoltavo le favole e le leggende. E questo lato rievocativo si
è sviluppato quando è intervenuta la nostalgia per
quel mondo così straordinario. Certo, a pensarci bene,
i miei quadri possono apparire conturbanti, a volte anche sgradevoli:
ma basta ascoltarsi e guardarsi dentro per sentire che in noi
c'è, volere o no, qualcosa di straordinario, di fantastico,
di ambiguo, di angoscioso, di onirico; dominato, tuttavia, da
una immagine centrale, da una forza che ci impedisce di naufragare
nel terrore. Forza che è fede nell'uomo, amore per la natura,
capacità di intuire quel che avviene o avverrà,
nella "regione sconosciuta" di shakespeariana memoria".
"Nel tuo lavoro ti ha aiutato la lettura; e di che cosa?".
"Ho sempre letto molto, e ho anche scritto poesie. Gli autori?
Tutti, da quelli a me più vicini come Huysmans, ai poeti
contemporanei. Ma non sarebbe giusto dire che io sono stato suggestionato
dalla letteratura. Ho studiato per dovere e curiosità,
ma ho sempre dato libertà alla mia fantasia: che spero
rimanga viva e scintillante per molti decenni ancora."
Mazzieri mi fa vedere qualche quadro, e incomincia con i primi
ritratti: del nonno, di qualche amica. Sembrano copie di vecchie
fotografie, commoventi nella loro ingenuità. Poi quadri
più grandi, con richiami ai fauves e gli espressionisti.
Ma ecco la prima esplosione: il quadro intitolato Poesia di
vento e sacrificio, che raffigura un uomo seduto su un uovo
e con in testa una soffice colomba bianca. Vicino a lui un grande
uovo su cui scorrono gocce d'acqua; poi un viso seminascosto,
ed infine una colomba blu che beve il latte in una ciotola bianca.
È un punto di svolta per Mazzieri, che si getta a capofitto
in una orgia di donne e colombe, piccoli mostri e cavalli. Viene
in mente Siqueiros con gli altri maestri sudamericani; come anche
certe prodigiose figurazioni medievali.
Ecco poi un personaggio storico, il re longobardo Rachtis che,
prima di farsi benedettino, si strappa la corona dalla testa:
corona simile ad una cittadella popolata di mostri; poi la mirabile
composizione intitolata Una sfera di sole dominata da una
tigre che, dalle torri di una città marcescente, ringhia
contro un uomo e una colomba. C'è il senso, il peso di
un profondo indecifrabile mistero; si ha qui, come per le altre
tele, la sensazione che sia avvenuto qualcosa di irreparabile
che tutto sgretola o fa marcire. Soltanto gli occhi dei personaggi
restano limpidi, anche se intorno è grido e sfacelo; anche
se le mani o le braccia sembrano sul punto di scoppiare per la
grande fatica sopportata.
Ma descrivere questi quadri non è possibile, anche perchè
colpiscono l'anima come frecce infuocate e richiamano la triste
e rossastra danza dei fuochi fatui. Walter Mac Mazzieri, comunque,
ha saputo intuire e rappresentare qualcosa di straordinario e
dipingerlo con grande maestria: e se il buon dì si vede
dal mattino, è lecito e soprattutto doveroso credere per
lui in una giornata tra le più singolari e profonde.
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