Ferdinando Albertazzi

PROFILI ATTRAVERSO LE IMMAGINI
di Ferdinando Albertazzi
(“L’Arena”, Verona, 6 luglio 1974)

 

macWalter Mac Mazzieri, si è da tempo imposto come uno dei punti nodali del panorama “figurativo” italiano. Dal suo lavoro, non si può assolutamente prescindere, quando l’intento è di offrire un ventaglio, qualificato e non di “tendenza”, dei giovani artisti.
Schivo, trovandosi a proprio agio in compagnia di se stesso, riduce all’indispensabile i rapporti umani. Anche quando lo si sorprende al tavolo dell’osteria, pur pronto al brindisi in auge, Mazzieri è “almeno” altrove, dove i brindisi significano, al più, consuetudini non unificate, ipotesi di eventi in attesa, né auspicati né paventati.
La consistenza interiore di Walter Mac Mazzieri ha, in ogni modo, il sopravvento sulla risibilità dell’adeguamento, magari accettato. Straripa dall’assenza di gesti o dalle parole sottintese, portando alla luce immagini di un incantesimo dissacrato, i cui protagonisti vestono l’imperturbabilità della rassegnazione e rimandano, con l’inequivocabile determinazione che li caratterizza, a quel futuro saturo di passato a cui, nella precarietà del presente, non smettono di anelare.
Tutt’altro che mitici, benchè potenza e intensità sprigioni inequivocabilmente dal loro essere fatto, gli individui di Mazzieri vivono il clima della superstizione e dell’inquisizione. La superstizione, da un lato, pare riscattarli dalle contingenze e schiudere l’itinerario del futuro: dall’altro, l’inquisizione a cui paiono assoggettarsi, li distoglie irreversibilmente da un mondo in cui continuano ad assaporare aria di casa. E loro, questi protagonisti, vivono di conseguenza l’incertezza del presente, l’arrivo della partenza.
Nei quadri di Mazzieri, la scena si svolge “ovunque”. Ed è orchestrata da figure e da architetture di portata e di significato universali. Da figure, cioè, in cui è addirittura suggestivo riconoscersi, pur avvertendo che danno, se non proprio sull’angoscia, di certo sull’inquietudine del vivere.
Le persone di Mazzieri non si rassegnano ad assistere alla vita. E se somigliano a vittime dell’inquisizione, trovano al contempo, nella superstizione, i segni di una dedizione definitiva a “certa” vita. A quella che contrassegna i colori dell’iride, che scandisce il volo di uccelli notturni, o che ammicca alla direzione del vento.
Con Oscar Wilde, Mazzieri sa, attraverso le persone che fa emergere, che “certa” vita, la Vita, non dipende da altri fattori. O, quanto meno, che altri elementi non la determinano più di questi. Di questi, che accadono sotto qualsivoglia cielo. Ovunque, appunto.