Franco Solmi

MAC MAZZIERI
di Franco Solmi
(prefazione alla cartella di 5 acqueforti Teatri di nuvole, Modena, febbraio 1971)

 

Io credo che, di fronte a “casi” come quello di Walter Mac Mazzieri, la critica – che si avvale di strumenti di relazione abbastanza funzionali quando si tratta di procedere nei solchi di tendenza o di poetica – dovrebbe, per prima cosa, prendere atto del proprio limite oggettivo, limite coincidente con quello connaturato alle regole di una “disciplina”. Dico questo per sgombrare subito il campo dal pericoloso equivoco per cui, a furia di voler salvare l’originalità di un artista particolarmente “difficile” da inquadrare negli schemi consueti, si finisce col cedere sempre alla tentazione di inserirlo in quei luoghi della cultura dove questa originalità irrimediabilmente si perde. Ha ragione Crispolti quando parla, per Mazzieri, molto semplicemente di pittore “out” sfiorando appena, e per negarla, la coincidenza con il maestoso “far popolare” dei grandi frescanti messicani. Fare di questo artista conturbante, inquieto, visionario se mai ve ne furono, ma pur sempre impastato di terra e di umori, un parente più o meno prossimo dei maestri del Surreale, del Fantastico o di non so quale altra categoria meramente estetica è, prima ancora di una sopraffazione, un fraintendimento. Non è in questa sede che posso parlare del pittore,disegno8p dovendomi limitare all’occasione d’un lavoro grafico: ma penso che anche la grafica di Mazzieri si regga sulle strutture particolarissime che sostengono il suo linguaggio di artista teso alla proiezione di una individualità tanto spiccata da parer perfino irriverente negli schemi di cultura correnti. Resta il fatto che Mazzieri costruisce, con le sue contaminazioni “magiche”, miste cioè di “verità” popolarissime e di ori simbolici (non simbolistici), una piattaforma che indica una situazione di cultura eterodossa, se vogliamo, ma autenticamente incidente nel panorama figurativo contemporaneo. Basti pensare al mistero inspiegato delle emergenze inconscie che fa dell’opera d’arte – al di là dei meccanismi surrealistici di ricercato automatismo – quell’enigma che è per comprendere come le teorizzazioni della critica sistematica, che appunto tale enigma vorrebbero disvelare, non sono che irrigidimenti “logici” e depauperamento dell’opera stessa. Ora, artisti come Mazzieri sopportano meno di altri letture “colte” o pseudo tali, che imprimono connotati là ove ogni connotazione diventa limite e chiusura. Per questo giovane la critica dovrebbe porsi in una situazione di assoluta disponibilità per penetrare in qualche modo la sua natura di dissacratore d’ogni categoria, comprese quelle pur consuete dello spazio e del tempo in cui si realizza l’opera grafica qui documentata. La narrazione, innanzitutto, sembra procedere per “racconti” apparentemente indipendenti l’uno dall’altro e in sè conclusi; eppure è evidente la sapienza con la quali si costruisce, magicamente, il gioco dei vuoti e dei pieni, e il continuo riproporsi su improvvise variazioni del rapporto figura-sfondo. L’ordine delle immagini appare limpido e calcolatissimo, pur non corrispondendo ad alcuna regola linguistica definibile. Ciò aggiunge forza di convinzione, e quasi di costrizione, al fascino che l’opera di Mazzieri esercita sul riguardante disorientato, ma anche necessitato a un percorso visivo di chiara evidenza e assolutamente imprevedibile, a una partecipazione totale e a un totale distacco. Che poi si incrocino, in questi fogli, miti dell’Oriente rivissuti in Appennino, è cosa che ha qualche importanza per dimostrare come Mazzieri operi sempre una riduzione a sè degli apporti esterni, e non conceda quasi nulla al gusto cosmopolita od esotico proprio dai surreali d’osservanza storica. Il “mistero”, di cui prima parlavo come di un valore primario dell’opera d’arte, diventa quindi l’enigma di un “io” particolarissimo, carico d’antichi terrori e di inquietanti serenità, incomunicabili per vie diverse da quelle dell’immaginazione impregiudicata, il solo strumento che lascia margine all’assurdo senza mortificarlo nella dimensione dell’inconcepibile. Terrori e paure dell’uomo, dicevo, che incrostati di terra e di incredute memorie vivono la loro assurda realtà nei fogli di Mazzieri, oscuri come antichi cartigli narranti dell’uomo quotidiano, astorico e calato nella storia più inquietante del “presente”. Di quell’uomo che è sempre, come scrive Crispolti dell’artista, un “caso” di irruzione immaginativa.