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LAGUNA DI MIELE
di Michele Fuoco
(da "Walter Mac Mazzieri", Ed. Giorgio Mondadori, dicembre
1997)
Venezia lo affascina e rapisce
nella stessa misura in cui essa ha affascinato e rapito nel tempo
artisti e scrittori, soprattutto stranieri. Chauteaubriand trova
a Venezia, nel 1833, giovinezza ed allegria, una grazia fresca
e spontanea. Persino la "tristezza" che sembra sostanziare
l'atmosfera della città riempie la sua mirabile Reverie.
Venezia, dove Walter Mac Mazzieri approda nel 1984 per restarvi
circa due anni (la sua casa, studio è in fondamenta degli
Ormesini, 2628), diventa una sorta di rifugio rassicurante alla
monotonia della vita, ai "giorni sempre uguali" che
si consumano a Pavullo. La città lagunare suggerisce meditazioni
più vaste, permette esperienze d'eccezione, si offre alla
contemplazione e alla rievocazione degli affetti e alle dichiarazioni
d'amore. Sembra una bella creatura che sorride ad un ignoto innamorato.
I monumenti, i palazzi, la laguna assumono i contenuti di una
inattesa rivelazione, nascono e muoiono a diverse esistenze. E
la pittura saprà dare conto di questa straordinaria esperienza
di rivelazione.
È una sensazione di dolcezza che permette quella peregrinazione
dello spirito, della fantasia che l'artista pavullese ha scelto
per vocazione e per destino. "Venezia" dove Mazzieri
"dà la possibilità di poter stabilire il confronto
tra cielo e terra ed accorgersi che esistono due cieli, perchè
anche il mare pare sconfinare nel cielo, assumendone l'aspetto.
Pare esserci una perenne instabilità e, in mancanza di
terra ferma le figure diventano quasi aeree, si sdoppiano e volano".
Il visibile si offre al visionario, perchè l'artista sa
lasciarsi guidare dalla meraviglia dello sguardo per pervenire
al miracolo della trasfigurazione, per allargare il campo delle
immagini, per immettere fatti e personaggi in una fantastica e
mitica dimensione. Le occasioni da cui derivano le opere di questo
periodo sono offerte da momenti di intensità di vita, da
brevi sensazioni, da sentimenti di pienezza vitale, di gioia e
di tristezza. Sono venature di tristezza a permettere all'artista
un perplesso indugio e l'ascolto degli echi più profondi
della sua anima che rimandano ad una struggente nostalgia per
i luoghi dell'infanzia e della giovinezza che egli ha appena lasciato.
Allora l'artista si chiede Dove mi porti a morire luna rotonda,
1984. È un esilio volontario e Mac è invaso da tristezza
e si chiede dove lo porterà questa sua avventura, questa
sua voglia di cercare la felicità, nuove sensazioni, poesia
e illusioni. Rifacendosi ad una iconografia egizia, che reca "segni"
di morte, Mazzieri, che fa i conti con le proprie angosce, immagina
di essere trasportato dalla notte, personificata da un cavaliere
dalle sembianze di donna e di uccello. Un personaggio alato, impassibile,
di un bestiario siderale, che cavalca un cavallo pietoso ed ubbidiente
e percorre un paesaggio di sogno, lunare, ma anche di solitudine,
di paura, forse di ritornanti spettri di morte. Il presente e
il passato si mescolano nel ricordo dell'artista che è
alla ricerca, attraverso i luoghi dell'infanzia e della giovinezza,
di un'identità, di una coscienza di sé nel momento
in cui sceglie di stabilirsi a Venezia. L'invocazione alla luna
traduce un vasto senso di stupore, è una sorta di canto
che ha qualcosa di iniziatico, di assorta purezza in una figurazione
che, con valenze fortemente surreali, si riallaccia a figure e
a racconti di un immaginario mitico e anche popolare presente
nella sua pittura precedente, rinnovandone le meraviglie e la
forza di suggestione.
Sono
ancora gli elementi autobiografici a tramare la sua pittura nella
rievocazione degli affetti nella traduzione di eccezionalità
di sentimenti che vengono ad essere il termine di rappresentazione
in Laguna di miele, 1984.
Il desiderio della figura che, con un libro, siede su una conchiglia,
è di portare con sè il ricordo delle esperienze
d'amore che vongono ingrandite e la testa assume enormi proporzioni,
come una montagna, con i luoghi dei suoi ricordi, perchè
nella solitudine veneziana si ingigantiscono le felici esperienze
d'amore, i dolci desideri e sospiri del passato. Forse, proprio
come vuole Dante che "Nessun maggior dolore che ricordarsi
del tempo felice nella miseria".
In percorsi narrativi affidati alla rievocazione di storie personali
e al desiderio di un ritorno immaginario al paese natale, l'analisi
di singoli momenti, di cui si connota l'opera, trascorre su una
visionarietà molteplice, dove gli aspetti della veglia
si trasformano in aspetti del sogno e i luoghi e i tempi si succedono
senza un rapporto logico. Tutte sequenze che rendono in maniera
molto viva nel senso del distacco, tanto sentito che l'artista,
nella consapevolezza di non essere in grado di rinnovare la bella
esperienza (l'albero in testa non dà più frutti),
ritiene di potersi avvicinare a quei luoghi, su cui cerca di trasvolare
come un uccello, solo con l'anima di un sognatore. La scena generale
è quella del sogno in cui può accadere che l'"io"
si sdoppi in diversi personaggi, sentiti non come "altri"
ma come "se stesso". Mac, costruendo un ponte semantico
che permette di passare dal senso proprio a quello figurato, gioca
sul significato linguistico di Laguna di miele che sta
anche per "Luna di miele", ricordando che, in passato,
Venezia era la meta preferita dai novelli sposi. Essa ha ancora
la forza di stupire, anche perchè un artista, come Mazzieri,
costantemente ispirato, sa rendere tutto poetico e nobile. Nel
ricordo dei disinganni amorosi la pittura trova nuovi spazi per
toni delicati, estatici e di trepida affettuosità, una
vita affettiva ancora capace di tenerezze. E in una naturalezza
aristocratica di accenti e di intensità emotiva di affetti
è concepita Tua figlia
la luna, 1984. L'artista, che conosce l'amore e i suoi
disinganni, dipinge la sua donna ideale che, come il cielo, giunge
di notte con la sua ombra e il suo manto di stelle in cui avvolgersi.
Arriva come una nuvola su un campo di grano da cui emerge il verde
di alberi e di cespugli. È un agognato approdo per rinnovare
affetti corrisposti, febbrili esuberanze amorose, un processo
di innamoramento sentito come uno stato miracoloso. Un approdo
descritto con meraviglia e rispetto, e la dolce creatura rende
la spontaneità di questa eccezionale condizione, mentre
l'artista vive l'incanto di una possibile solitudine in due, in
una condizione di isolamento dal resto del mondo. Declinato nei
termini di un'appassionata rassegna degli incantamenti della donna,
l'amore è l'elemento dominante ed ispiratore che correrà
per quasi tutta la produzione. Anche la luna, a cui si rivolge
spesso la fantasia dell'artista, diventa proiezione ideale del
vagheggiamento amoroso. Nella sua connotazione incantatoria essa
porta al superamento, anche se temporaneo, dei conflitti interiori.
Il suo chiarore si diffonde come un velo nel quale i sogni dell'artista
e dell'amata si abbandonano.
L'esperienza dell'arte si fa per Mazzieri anche rapporto di poesia
e d'amore, come evidenzia l'opera Pescatore di onde a Murano,
1984. Viaggiando sul traghetto di notte, il mare appare verde,
limaccioso, sinistro, terrificante. L'artista fa emergere dalle
acque, che tremano nel loro antico lamento, un poeta che cerca
le fantasie di cose assurde, di onde, di sensazioni. in una svagata
ed elegiaca malinconia, questo personaggio favoloso ed enigmatico
scopre, in silenziosa contemplazione, il mare, la luna, idilliche
purificanti visioni della città che viene a costituirsi
come luogo del mistero, dove il racconto ha una dimensione sospesa
attraverso immagini portate oltre il loro facile aspetto abituale,
a significazione emezionali di rapido e dolce effetto. Ogni forma,
ogni colore può diventare nella poesia una nota di bellezza,
un elemento di estasi e di passione.
L'artista ama dialogare con figure che costituiscono il ricco
patrimonio dell'arte a Venezia per trarre da un'osservazione puntuale
della vita e dei luoghi tutti gli elementi che tendono a risolversi
in immagini di una creativa mescolanza di dettati. E nel dipinto,
di notevole formato, La notte bizantina, 1984-1991, un
S. Giorgio gigantesco, a caccia del drago, figura del male, finisce
per "combattere" contro un'innocua anguillina. La spada
del santo che diventa un lungo bastone, l'anguilla con la faccia
di donna, soccorsa da un angioletto, il campanile "umanizzato"
che assiste a questa scena assurda che, illuminata dalla luna
piena, si svolge in piazza San Marco immersa nell'acqua, si pongono,
con sorprendente irriverenza, come moduli grotteschi, irridenti,
di libero gioco di personaggi e di luoghi, investigati ed esplorati
nel carattere di alternatività rispetto al reale. Non a
caso, anche ciò che potrebbe a prima vista sembrare un
realistico scorcio urbano rivela, in verità, una costruzione
organizzata secondo una serie di intensificazioni non solo emotive
ma anche visive, un incontro quasi quotidiano che diventa sulla
tela incontro eccezionale. L'opera, come altre che incontreremo
più avanti, reca due date, per significare che essa, dipinta
nel 1984 a Venezia, viene "ripresa" a Pavullo nel 1991,
perchè l'artista, rientrato nel suo paese alla fine del
1985, vi aggiunge una gamma di sfumature di interne risonanze.
Mazzieri
dimostra di essersi appropriato del meccanismo di scomposizione
delle figure. Dalla loro enigmaticità prende il via la
rappresentazione dello stravolgimento dei fatti e dei valori,
la serie degli equivoci, di situazioni inventive, di mutamenti
e di strategie sceniche. In questo orizzonte s'iscrive La notte dell'angelo tentatore,
1985, dove le statue che "risiedono" in alto, sui palazzi
di architettura gotica e bizantina, scendono per fare il loro
teatrino. La Madonna, con il bambino in braccio che, un po' irriverente,
gioca a fare le luci notturne, viene "insidiata" dall'angelo
con un serpente in mano, simbolo della tentazione. È lo
sguardo penetrante, attento a ritagliare uno scorcio, una situazione
e un episodio che vengono dislocati, con stupefatto immaginismo,
in una visione con una serie di notazioni attributive di particolare
attrazione reciproca. Sulle
onde ricamate della memoria, 1985-1991, la pittura interpreta
ancora la scultura. Una statua si stacca dal piedistallo e vola
sulla laguna veneziana per un appuntamento con la luna che nell'acqua
riflatte i cratteri bizantini della cattedrale. Con una sorta
di divertissement l'artista cerca di aprire la figura a
nuovi echi, facendole attingere le caratteristiche di referenzialità
naturalistica e fantastica. In questo autentico approfondimento
oltre la sfera del reale, la figura non perde, grazie ad una lavorazione
raffinatissima, gli effetti splendenti e preziosi di straordinaria
malia formale. La luna, che è motivo di rilievo, diventa
luogo di classiche immaginazioni e di infinite illusioni, restituisce
intatta quell'antica umanità con le sue più lucide
memorie affettive. La tecnica della trasposizione temporale e
geografica si fonda sulle sorprese del racconto, sull'enuclearsi
di una storia che trova la ricchezza all'interno del quadro, allargando
le risonanze dell'accadimento di una vicenda ad accordi più
vasti. L'opera si organizza attorno ad una priorità di
un fatto che viene con vivezza rappresentato nel suo svolgersi,
con eterogenee articolazioni, con l'intrecciarsi di motivi religiosi,
storici e sentimentali.
Il Bizantino, 1985-1992, si rivela, nelle tecniche filtranti
la natura "obliqua" del personaggio e gli equivoci che
la parola può generare, come una somma di esperienze che
si concretizza in una sola opera. Un dipinto che nasce dopo la
visita dell'artista al S. Cristoforo nella Chiesa dei Santi Giovanni
e Paolo. Alla severità del volto di una statua bizantina
si oppone la spregiudicatezza, quasi ironica, del bambino che
non vuole essere guidato. Il santo è il leggendario martire
(nel Medioevo era venerato come patrono contro la peste) che,
avendo messo a disposizione la sua prestanza fisica al servizio
di quanti dovevano attraversare un fiume sprovvisto di ponti,
in una notte burrascosa e di piena, prestò la sua opera
ad un misterioso bambino. Per Mazzieri S. Cristoforo assume le
sembianze del padre premuroso che viene a prendere il figlio per
riportarlo a casa. Un fanciullo impertinente, dall'aspetto di
un angelo, che non ama lasciarsi condurre dal genitore, perchè
pensa di essere autonomo per superare l'ostacolo dell'acqua. L'artista
si rifà anche ad una scultura tombale trecentesca, murata
vicino alla chiesa di San Simeon Grande. Nell'opera di Mazzieri
sono gli statuari personaggi che approfittano della notte per
acquistare una vita più piena ed essere i dominatori del
luogo. Rivestiti di valori emotivi e di misteriose attrattive,
essi rendono meno triste la solitudine dell'artista.
Il comune denominatore di tutta la produzione veneziana è
la valutazione affettiva del paesaggio urbano e dei suoi "abitatori"
che una dovizia di colori fissa in immagini nitide in grado di
suscitare emozione ed effetti di prolungato stupore, anche quando
la rappresentazione è ironica e amplifica il reale fino
a rivelarne i paradossi. E in un tessuto lirico sapientemente
modulato, è concepito, tra risonanze ed auscultazioni finissime,
il Canzoniere notturno,
1985-1992, dove una luna, dal volto umano, si lascia cullare in
gondola per una passeggiata romantica, svolta in un clima di pura
musicalità e su toni di estrema levità. Una luna
giovanetta e candida che, nei segni umani, reca la memoria del
mito antico e il trepido desiderio di un innamorato. Poco lontano
il campanile che si trasforma in figura umana sembra afferrare
la luna, quella vera, perchè essa manifesti, almeno per
qualche attimo, la felicità del suo libero vagare nel cielo.
L'opera, che si avvale di valenze compositive di soffusa e semplice
eleganza, sembra magicamente carica di un'archetipa purezza e
portatrice di un tempo intatto in cui la fatica del gondoliere,
con gesti che si ripetono da sempre, pare richiamare quell'eroe
assurdo che Albert Camus riconosce in Il Mito di Sisifo.
Con delicata e sottile sensibilità nasce, in un'operazione
d'incantamento, anche Garbo di neve a San Marco, 1985-1995.
È un bambino "fatto di luce" che si fa fotografare
dalla luna. In posa con il piccione in mano nella immensa piazza,
sembra un angiolino cacciatore, una sorta di Cupido. La scena
accentua la forza vitale e incoercibile del sentimento amoroso
ed evidenzia anche il carattere magico di sortilegio e incantesimo
fiabesco e si vela di tenerezza. L'andamento della narrazione
gode di uno stile elegante e disinvolto, e il colore fa sognare
perchè costruisce scene colte di volta in volta nella loro
unicità e diversità.
Tutta l'opera del periodo veneziano presenta un chiaro esempio
di procedimento: dalla contemplazione di un luogo, di un'architettura,
di una scultura, di un dipinto, l'artista passa ad immagini di
memoria sublimale, sempre vive del senso della storia e della
vita. In un sogno di contemplazione e di meditazione si avvera
un continuo rimando da cose vicine ad altre lontane, ritrovate
in proporzioni e in aspetti diversi. Così l'arte scopre
un sistema di relazioni ideali tra realtà che, sottoposte
ad un'ecologia della mente e mai sottratte alla misura, sconfinano
anche in significati simbolici. Mazzieri, con occhi ben aperti,
sa sfruttare con curiosità e simultaneamente tutte le risorse
visive che la realtà veneziana gli offre e alla quale egli
attinge i suoi riferimenti, rompendo con le apparenze almeno immediate.
Realtà che viene condotta ad una sorta di aplificazione,
ad una liberazione controllata, pur con digressioni fantastiche
e talvolta stravaganti. Le scene sono quasi sempre notturne, perchè
l'artista ama scoprire, a tarda sera, gli ambienti un po' da favola,
di fascino e di mistero in cui far vivere i suoi personaggi. Inoltre,
è di notte, che si possono compiere i viaggi fantastici
più straordinari. E nella capacità di continue invenzioni
e nel rinnovarsi delle situazioni la pittura acquista sempre più
limpidezza e fermezza, fuori da ogni pericolo di estetismo. Aspetti
di compiutezza siglano il particolare affinamento a cui Mazzieri
è pervenuto nel tempo, con una pittura di vitalistica luminosità
che sa cogliere quella luce di apprensione che a Venezia penetra
dappertutto e che sostanzia anche le opere degli artisti veneziani,
in particolare di Tiziano, Veronese e Tintoretto. Processi di
sapiente rifinitura e di accorto filtro della cultura visiva del
luogo rimandano ad un clima estremamente colto e raffinato che
si respira a Venezia anche in quegli anni. La Biennale del 1984
pone l'accento su Arte e Arti - Attualità e Storia, e il
curatore Maurizio Calvesi scrive che "l'avanguardia muore
indubbiamente come utopia e parossistica ricerca del nuovo, ma
si tramanda nell'eredità dei linguaggi...". E la sezione
Arte allo Specchio svolge il tema dell'arte che "riflette"
se stessa, guardando al proprio passato e reinterpretando nella
forma del "d'après", e del "remake",
della rivisitazione attraverso il mezzo riproduttivo, della riproduzione
e dell'analisi concettuale, del "travestimento", della
rievocazione, o della libera reinvenzione, capolavori dei maestri
antichi, rinascimentali e moderni... Nella "nuova pittura"
l'uso della citazione (diretta e testuale, o semplicemente allusiva)
assume forme molteplici: rimescolanti, divaganti e fantasiose,
vitalistiche. Mazzieri non può, certo, ignorare tutto questo,
non solo perchè si trova a Venezia, ma anche per la costante
curiosità che ha sempre animato la sua ricerca. Ma rifiuta
la parola "citazionismo", perchè si sente, come
dichiara in un intervista ("Il Giornale", 22 luglio
1985) di sentirsi "fuori" da tutte le "sette"
artistiche contemporanee. La sua ricerca muove in una singolare
forma di reinvenzione di ciò che gli suggerisce Venezia,
silenziosa, notturna, abitata da opere d'arte, da statue e ricca
di storia del passato.
Nelle nuove opere Mazzieri recupera, nel contatto diretto, il
significato di capolavori che ha conosciuto, ma non nel giusto
valore, in passato. I riferimenti vanno al S. Cristoforo di Stefano
Veneziano e soprattutto al santo che fa parte del polittico di
Giovanni Bellini; al S. Giorgio del Carpaccio nella Chiesa di
S. Giorgio degli Schiavoni, e al dipinto su tavola del Mantegna
alla Galleria dell'Accademia. L'attenzione per gli affreschi,
che egli indaga anche nei minimi particolari, lo spinge a cogliere
le figure dal basso in alto e a "trasportarle" sulla
tela, dove restano sospese in uno sviluppo verticale e in un crescendo
di dimensioni. Inoltre, le strutture così architettonicamente
diverse da quelle di altre città stimolano ad un rigore
compositivo. Venezia è "idonea" dice l'artista
"ad ispirare una pittura, come la mia, fatta di silenzi,
di ritmi costanti, quasi ripetitivi. È difficile interpretarla,
perchè Venezia contiene già in sè una sintesi,
un risultato artistico e poetico. È una città quasi
surreale. Sono cambiati, rispetto al passato, il rigore e l'impaginazione
del dipinto. Le figure sono più vicine alla realtà
di tutti i giorni perchè, tra l'altro, vivono in riconoscibili
scorci della città. Resta, tuttavia, una dimensione "onirica",
nel senso che i personaggio dall'aspetto statuario vivono una
vita libera, al di fuori delle strutture a cui generalmente restano
legati".
In spostamenti di scene, in accostamenti azzardati, in un processo
creativo di gemmazione continua, figure solcano ancora la "notte
vagabonda" dell'artista, perdendo le caratteristiche dei
"mostri" inquietanti del passato per collocarsi in una
dimensione di favola positiva, in una sorta di ironico stupore,
in un atteggiamento di simpatia per la vita a Venezia, dove l'artista,
con squisita sensibilità, raccoglie in una favolosa eleganza
le luci e i colori più belli.
È quasi una ricerca di innocenza in un luogo di decantamento.
Una ricerca che, aperta all'inatteso, all'insolito e alla sorpresa,
continua ancora oggi.
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