Giancarlo Vigorelli

LA PITTURA-VISIONE DI MAC MAZZIERI
di Giancarlo Vigorelli
(da “Walter Mac Mazzieri”, Ed. Giorgio Mondadori, dicembre 1997)

 

teatridinuvolepart2Roger Cailois apre quel suo gran libro, Au coeur du fantastique, con questa tranquilla, apparentemente tranquilla, confessione: “Je suis attiré par le mystère”, soggiungendo tuttavia: “Ce n’est pas que je m’abandonne avec complaisance aux charmes de féeries ou à la poésie du merveilleux”. Dunque Caillois mette subito le mani avanti, ben distinguendo che il mistero non va identificato al meraviglioso e al feerico; e, forse, converrebbe convenire che vi sono due ordini, o almeno due moti, del mistero, l’uno che tende all’alto, l’altro che tende al basso e soprattutto ne proviene. Per me, anzi, anche il mistero che più si svolge a una sua chiarificazione porta sempre la traccia d’essere venuto fuori da un regno sotterraneo, e subconscio, se non addirittura infernale. Il mistero, in altre parole, se si tenta di svelarlo, è andando sempre più nel profondo che c’è speranza di decifrarlo. Più giù, più giù. E quanto più si scende, si può dopo salire, salire anche di colpo, d’un colpo d’ala: non è forse – questa – la norma della poesia e dell’arte, che vivono appunto di un gioco perpetuo degli estremi? La poesia, a tentare di definirla, è l’esplorazione del mistero; è la sua interrogazione persistente, ma stando bene attenti di non tramutarla in una sterile coltivazione del misterioso, perchè la poesia, l’arte, l’atto creativo sono di fatto la sconfitta dell’ignoto, del mistero. L’arte, dopo essere stata domanda, deve farsi ed essere risposta: e forse è troppo dire che l’arte è sempre vittoria sulla morte, basterà dire che è vittoria in noi sul morire delle cose e sul nostro stesso morire di ogni giorno. Alla stessa stregua che svelare un mistero, è vivere un giorno di più; forse vivere una volta di più. Il mio caro amico Caillois, lasciando stormire sull’uomo quel suo libro che è l’albero genealogico del mistero, dichiara infatti che è attirato dal mistero unicamente per il bisogno di decifrare persino l’indecifrabile. Questo è il vero terminale del suo straordinario viaggio critico “au coeur du fantastique”: l’atto del conoscere, e pervenire insomma “à bout du l’énigme”. Conoscere, o conoscersi? Mi pare che mai come oggi dobbiamo fare questa scelta. Perchè a furia di pretendere, o illudere, di conoscerci, siamo il più delle volte scaduti a logorare e addirittura a dissolvere quell'”io” che credevamo di scandagliare, e che invece siamo arrivati a dissacrare e a destituire. È cercando di conoscere tutto il resto, che reintegra e si salva la conoscenza di se stesso: un “io” che limita il mistero soltanto a se stesso, e non lo cerca nel rapporto col mondo, con l’altro, con le cose, è già la morte dell'”io”, e ne consegue la morte dell’arte, perchè l’arte vera è rapporto, non incomunicabilità. L’arte nasce dal mistero e ne vive, ma se invece ne muore dentro vuol dire allora che essa stessa è morta.
Ho voluto mandare avanti queste sommarie didascalie, prima di tentare di aprire un discorso su Walter Mac Mazzieri, per confessare, magari candidamente, che la sua pittura non basta riconoscerla nella sua sempre più compatta e coerente risultanza artistica, ma è necessario sommuoverla, interrogarla, se possibile decifrarla, in tutta la sua pregnanza di simboli, di significati, di valori.
La pittura di Mac Mazzieri viene dal reame del mistero, ne esce e ne rientra perdutamente. No, non è una pittura misteriosa: è una pittura misterica. E tanto è misterica, che certi suoi rituali restano segreti anche all’occhio più critico che vi si inoltri. Ma quanto più appare chiusa in una sua inscalfibile armatura, essa d’altra parte, e proprio per i suoi risultati raggiunti, non fa che offrirsi quasi esigendo d’essere svelata, violata. La forza maggiore, e la suggestione primaria di questa singolare pittura imprevedibile è d’essere nello stesso tempo ermetica ma contagiosa. In altre parole, o con un’altra immagine, è una pittura che non dà una risposta netta sulla sua matrice di mistero, ma che però suscitando in noi una lunga serie di domande assedianti finisce talmente a introdurci in quel mistero, che pure restando occulto dà l’impressione tuttavia d’essersi comunicato e trasmesso a ognuno di noi in sosta davanti a un suo quadro. Da dove viene questa magia? E va detto, prontamente, che spesso è un’orrida magia. Da dove? Prima di rispondere da dove arriva, e dove in parte la sua pittura può essere inserita, bisogna domandarci da dove viene lui, questo figlio randagio della Padània. Nato il 15 aprile del 1947, nel crudo dopoguerra che pareva aver riportato l’Italia, forse più nel bene che nel male, a un riaffiorato medioevo, in un villaggio dell’Appennino modenese, a Ca’ d’Olina di Pavullo, in piena miseria, non è difficile, a chi come me conosce quelle terre e quella gente, anzi è facile reperire subito le radici, se non della sua pittura, certo della sua natura di bambino antico. Lì, anche se adesso vi dilaga il promiscuo progresso di un bastardo benessere, luoghi e uomini, sino a pochi anni fa, avevano mantenuto addosso le impronte di un passato ancora da Anno Mille, benchè vi fosse distesa sopra talvolta una leggera patina increspata di primo ottocento.
Quelli erano paesi che, pur con una loro spenta festa nei volti e nei luoghi, potevano essere arretrati alle cronache crudeli di Salimbene de Adam: “… le nevi e la ghiaccia furono sì grandi per l’intero mese di gennaio, che le vigne e tutti gli alberi da frutta gelarono. E le bestie selvatiche morirono dal freddo…, e li arbori si spaccavano lungo il tronco per le grandi gelate…, e ci fu una tale gelata del Po che la gente passava da una riva all’altra, in sui cavalli e a piedi…”.
È questo il primitivo paesaggio naturale dell’infanzia – e poi della pittura – di Mazzieri. Non è sbagliato immaginare che nei suoi primi anni doveva essergli restata negli occhi qualche pittura o scultura romanica o gotica di quella sua terra; oppure, se anche la sua memoria non è stata scossa da quegli incontri e ricordi, è nel sangue che egli ha per remote eredità le ombre dell’Antelami o di Wiligelmo: il suo bestiario viene da quel medioevo domestico, di generazione in generazione. L’arte è sempre fatta di questi innesti e trapianti spesso involontari, inavveduti. Insorge e corre, in questo figlio dell’Appennino che contamina e racchiude la civiltà padana, la giacente presenza del medioevo barbarico che per fortuna sciacquò i suoi panni nel Po’, e non altrove, non oltre; e questa, non altra, è la vera radice arcaica della pittura di Mazzieri. Come avvenne, non tanto diversamente, e pur senza fare paragoni, per un artista modernissimo quale è stato Asper Jorn, che non ha mai nascosto – e anzi lo confessò e lo documentò nell’estrosissimo repertorio, La langue verte et la cuite – di aver derivato e cioè di avere nelle viscere segni, emblemi, simboli dal medioevo vichingo, carolingio, gotico.
teatridinuvolepart5Se ho insistito, per Walter Mac Mazzieri, su queste sue lontane e anche inconsce radici, è per dichiarare che la sua pittura pur misterica, pur simbolica, pur da psicanalizzare, non è una pittura intellettuale. Non è una pittura di testa, anche quando è una pittura mentale ma è, nonostante la sigillatura formale, una pittura che viene su dal sangue, e che in quel segreto decorso fluviale si è trascinata dietro tanta altrui pittura antica o recente, ma non come imitazione o moda, come oggi avviene per la gran parte dei contemporanei, bensì come eredità e anzi scelta congeniale. Ed ecco che sulla sua pittura più incrociarsi il nome di Brueghel o di Bosch, di Goya o di Blake, o magari di qualche surrealista da Max Ernst a Dalì, da Brauner a Mayo. E non sbaglia Crispolti ad avere coinvolti su di lui, anche per un certo gigantismo compositivo, i nomi dei grandi messicani Oronzo e di Rivera; soprattutto ritengo che Crispolti abbia fatto centro accostandolo al riscoperto e rivalutato Pavel Filanov.
A questo proposito, credo di non sbagliarmi neppure io rintracciando in Mazzieri alcune affinità, che in un padano non sorprendono, con l’anima slava. L’Adriatico è stato spesso un traghetto da e per il mondo slavo; e dall’appennino era duro scendere a quel mare amaro, più povero, ma era quasi più consono che non andare incontro all’altro mare, più di sole. Mazzieri, oltre ad avere preso spesso le strade, di terra o di mare, verso l’Europa orientale, Jugoslavia, Bulgaria, e già prima dal Nord al Sud, dai fiordi alle spiagge marocchine, tunisine, mettendosi in viaggio un po’ come Rimbaud, un po’ come Ferlinghetti, e riportando a casa un suo mazzetto di “illuminazioni” o di “formiche rosse”; ma, se un bisogno di sole e di avventura lo porta più a Sud, la sua pittura è dominata e scossa da ascendenze nordiche, da trascendenze slave. Io non so se egli abbia letto, o no, il profetico testo di Kandinsky, Lo spirituale nell’arte, ma per decifrare meglio qualche suo quadro, gioverebbe rileggerne qualche pagina, e persino per inoltrarci nello spirito dei suoi colori: “Come l’arancione – dice Kandinsky – nasce da un accostarsi del rosso all’uomo, così, allontanandosene il rosso per opera dell’azzurro nasce il viola, che ha tendenza a muoversi scostandosi dall’uomo…”. Quanto al richiamo a Filonov, fatto da Crispolti, e che vorrei ribadire anche per certo misticismo, asceticismo, occultismo che percorre pur diversamente la pittura di entrambi, mi viene voglia di riportare un passo dal bel libro di Valentine Marcadé, Le rènouveau de l’art pictural russe: “Filonov era il tipo stesso del pittore-eremita, viveva dentro il proprio mondo, pieno di presentimenti e in preda ad una visione delle cose fuori dalla realtà. Si può dire che questa visione è già surrealista avanti lettera, perchè vi si trova quell’insolito, quel meraviglioso, quella illogicità del sogno, insomma quel continente futuro che sono tipici del movimento surrealista. Filonov lavorava con la concentrazione di un asceta, nel suo atelier-cella, non ne usciva per intere giornate, si nutriva soltanto di erbe e pane nero che tagliava con un coltellaccio da cucina, quello stesso che usava come arma bianca contro chiunque tentasse di distrarlo dal suo lavoro. Non si staccava mai da quadro, se non dopo averlo a lungo portato a termine”.
Non frequento Mazzieri, ho appena scambiato poche parole durante la mostra milanese, da Cortina, dell’ottobre 1971; ma chi lo conosce meglio, gli riconosce un identico solitario lavoro accanito; Fabiani, infatti, testimonia: “L’ho visto lavorare. Per ogni quadro mesi, dall’alba al tramonto…”.
Fare un quadro, per lui, non dev’essere soltanto il suo lavoro, ma quasi un rito. Direi addirittura un esorcismo. Ha qualche suo oscuro demone da liberare, o da reincatenare. Aprendo un discorso su Mazzieri, ho puntato subito al mistero. Tutto il suo mondo figurale, a pensarci bene, è l’interposto della sua stessa figura d’uomo. La metamorfosi è continua, incessante: lui si cangia negli altri, e ogni altro si tramuta in lui, sino a identificarsi. La parola che vorrei usare è grossa, ma la usa spesso, per sé e per l’arte stessa, Henry Miller: una perpetua crocifissione, a simbologia contaminatamente sacra e profana. E di parola grossa in parola grossa, si potrebbe persino dire che la sua pittura è una crocifissione tanto sadica quanto masochistica: dove comincia, infatti, e dove finisce, la gioia e il dolore che si legge, e dilaga, dentro a ogni suo quadro? È questa mancanza e cioè questa impossibilità di confini e di limiti, quella che assedia la pittura, e prima ancora, la visione, di Mazzieri: ed è della immaginazione, è del “cuore del fantastico” non avere né limiti né confini.
Io credo, o quanto meno sospetto, che Mazzieri, avvertendo dentro di sè la vocazione o almeno la tentazione mistica e perfezionistica, della sua natura e quindi della sua pittura, abbia coscienza del pericolo che potrebbe correre: l’artista mistico, beandosi della propria visione rischia d’esserne catturato ma poi debellato, come è accaduto a Mallarmé, per fare l’esempio più sublime; e da estatica, quella stessa visione si fa statica, è bloccata. Il nostro Mazzieri non cadrà in questo abisso, perchè – pur nella sua assolvenza di contemporaneo – egli ha nel sangue troppi legami, consci ed inconsci, con un’arte che viene da lontano, che viene dal profondo. Perdura nell’uomo e nell’artista un nodo ombelicale che lo lega a deformazioni primitive, ma anche a classiche perfezioni, che fanno di lui quasi intercambiabilmente un contadino o un puro folle della Padània e nello stesso tempo un artista raffinato che può impunemente passare, sempre nell’arco della sua terra, dalle ultime lezioni dell’Antelami ai pittori del Trecento bolognese sino a quelli, sempre in compagnia di Longhi, dell'”Officina ferrarese”.
Queste, insisto e ripeto, sono le radici del pavullese Mazzieri, pittore unico nella sua tipicità esistenziale e creativa; e che poi si intravvedano, nel corso della sua pittura, confluenze o corrispondenze espressioniste o surrealiste o altre consonanze contemporanee (ad esempio, ancora uno slavo, l’unofficial Neizvestny di certe gigantofigure e della selva dei disegni danteschi), non è che la riprova che solo chi ha radici antiche arriva a far fiorire, senza equivoci, il bell’albero dell’arte moderna. Anche i valori, i simboli, i segni sul muro (direbbe freudianamente Hilda Doolittle), sono per Mazzieri di figurazione antica: i mostri di Bosch girano forsennatamente, o si appiattano gelidamente, nei quadri di Mazzieri, ma non si creda che il suo sia un ricalco culturale o ancora meno una intrusione intellettuale: no, anche senza bisogno di fare ricorso a Sade o a Freud, Mazzieri è cosciente, sino all’ossessione o anzi alla naturalezza, che quei mostri ieri abitavano le caverne e oggi occupano maggiormente i grattacieli dell’uomo moderno. La domanda – e la risposta – è sempre quella: che cosa l’uomo contrappone a quei mostri, o tende piuttosto a identificarsi alla loro ferinità?
Domanda e risposta, tremende. E spesso, al primo incontro, sono terrificanti i quadri stessi di Mazzieri. Poi, di colpo, quasi magicamente, cessano d’esserlo: a guardarla in faccia, la verità non fa più paura, dà forza, dà coraggio. La stregoneria di questi suoi quadri, alla fine è benefica, salutare. Non sono visioni di una mente malata, neppure nel senso del rapporto che Groddek stabiliva fra malattia, arte, simbolo. A riguardarli, sono quadri da terapia, da guarigione, da incantesimo: quei mostri che incombono, chiedono d’essere domati, vinti; come già li placa la magia stessa dei colori, e di quei titanici volumi. Non c’è dissoluzione, c’è al contrario solidità, corposità, durata in questa pittura che pare nascere da orrori e terrori di morte, e che invece è un primitivo inno alla vita primordiale. Crispolti, per Mazzieri, ha parlato di una dilatazione galoppante nella sua pittura del “mostruoso infantile”: è ben detto: infatti, il bambino, e l’artista, più che paura della morte hanno paura della vita, e d’altra parte sono i soli a sapere sfidare la morte e ogni altro mistero, addentrandosi con innocenza o con intrepidità nel gorgo della vita, sempre di più e più giù, più giù.