Luigi Cavallo

MAC MAZZIERI: I TERMINI DI UNA VISIONE
di Luigi Cavallo
(da Walter Mac Mazzieri, Ginevra, 1973)

 

lecittahannopartOltre le immobili spire della realtà che ci condiziona come un despota, oltre il giudizio logico che ci porta a considerare l’apparente verità delle forme, la loro statica, la loro morale, si aprono per l’artista, o anche per quella parte di noi meno controllata dalle consuetudini, meno sottoposta alle inibizioni, i mondi profani dell’istinto e del mito, della rivolta artificiale del sogno, le città incredibili, sconosciute, con abitanti liberati dalle nostre remore di affetti e funzioni, di economia e di politica; uomini senza persuasioni, che pensano a prodotti sublimamente inutili, uomini rifatti anche nella loro autonomia, per i quali non sono più termini coerenti la gravità, la distanza, il tempo.
La dimensione temporale è solo una interminabile ora incantata che si fissa nella contemplazione ed è realizzata in un percorso sinuoso e serpentino della psiche, con strani innesti orientaleggianti, metamorfosi di uomini-dei, di donne-armenti, di motivi lirici e drammatici. Persi i limiti temporali e spaziali l’esistenza diventa eretica, scandalosa, in balia di forze oscure.
In questa vita incondizionata, con dei problemi che trascendono l’esperienza e spingono l’individuo ben oltre il piano del noto e di ciò che è scientificamente accessibile, si muove Walter Mac Mazzieri, un pittore emiliano della generazione di quest’ultimo dopoguerra, quello che si dice un giovane bizzarro e geniale, che ha messo in luce da qualche anno a questa parte delle sorprendenti qualità nell’inventare creature favolose, tesori di magia, un campo di proposte allucinanti, sofisticate da un’intelligenza drammatica. Nei suoi quadri non c’è la sensazione del luogo e neppure quella del momento, mancano i termini della realtà, sostituiti da una profonda ritorsione immaginistica, da evocazioni che sono altrettanti indici di inquietudine, altrettanti segnali di allarme quando non manifestano qualche forzatura o ingenuità.
Nelle sue opere migliori (Il viso delle cose senza vita, 1969; Contemplazione di un prete protestante, 1969; La pallida realtà di statue greche, 1970; Le città hanno regalato la piazza alla luna, 1970; Grigie fantasie di un cavaliere notturno, 1970; Le nuvole oltrepassando i monti perdono fantasia, 1972; La luna rossa non uccide le ceramiche profonde del desiderio, 1972) Mazzieri riesce a tessere motivi appartenenti a un secolare patrimonio leggendario, intreccia i brandelli arcaici del mito d’una cupa e austera grandiosità, richiama l’eco di vicende storiche trasfigurate e idealizzate come da un teosofo medioevale, con una stilizzazione talora sornionamente antiquaria, che rende il suo discorso elegante e prezioso, e riflette il decoro aristocratico di una mente sottile.
Pur osservando il tipico impianto surrealista – e del resto il riferimento a Max Ernst, a Magritte, a Brauner, a Labisse e anche a Savinio è obbligatorio, dato che questo gruppo ha agito incisivamente nella formazione del gusto contemporaneo – egli dà una versione originale di questo movimento, e, nel suo particolare esempio di automatismo culturale, alla fine la definizione rimane puramente indicativa.
La sua pittura, in cui si intravvedono parecchi risvolti letterari, dove la dissacrazione vi ha un ruolo primario, da Hoffmann a Kafka, da Lautréamont a Poe, a Strindberg, fa emergere quasi da una tragica apoteosi e con una risonante creatività, una società assurda, ma con grandi doti di attrazione. Le diverse parti umane contenute nella scena sono segnate da un perfetto disaccordo esistenziale, e in questo tessuto di apparizioni, che è narrazione occulta, poema, referto autobiografico, ci sono infinite parole, colori inusitati per esprimersi, poichè nessuna parola o immagine o colore ha un solo significato, una sola possibilità di esistere o una destinazione fissa e conseguente.
È l’età del neutro, dell’apocrifo, dell’incantato, dove è legittima ogni costruzione sospesa, ogni paradosso aneddottico che abbia qualità espressive, un profilo, un riflesso colorato. “L’amore è un sentimento che ti percorre come un filo bianco” ha scritto Mac Mazzieri in alcune prose (Pietre di fantasia meccanica e La libertà pazza dei poeti) del 1968/69. “A volte lo sento evadere nel petto e straripare, con le rose bagnate da un giardino di lucciole che piangono, e dal nome di una rondine di fiato… I poeti distruggono i monumenti senza bocca che graffiano le nuvole, perchè li hanno murati, vuoti come canne. Le mie labbra sono piccole per baciare tra i capelli i tuoi diademi di fantasia fusa, ma ho mani limate per le tue rose, e – dentro – un pianeta fermo da tanto tempo.”. Ritmi incalzanti di nebbie e luci si alternano nella sua visione con un lento dissolversi delle cose nell’inquietudine, che è timore di rivelarsi e felicità di rivoluzionare il codice naturale, la legge fittizia della materia.
Non c’è un posto stabilito di arrivo e di partenza in questa scatola cinese, con evidenti simboli sessuali: bisogna riconoscere a ognuno di avere le proprie inquietudini; tutto può succedere, dato che nulla si conosce di questa macchina complicata che si è messa in moto. Il suono, gli ideali perduti, la stessa armonia sentimentale si organizzano tra silenzi sterminati, e un’incredibile angoscia che collega gli abissi morbidi della memoria con le pianure livide, metalliche, dell’esperienza concreta.
Di questi giochi avventurosi della psiche, di queste dimensioni ambigue, dolcemente inestricabili, smarrite, il pittore Mac Mazzieri gioisce come un esploratore arrivato per la prima volta su un’isola affascinante. Qui, in un territorio di ininterrotta allegoria, senza sforzo evidente, riesce ad accordare la propria voce che inclina alla dolcezza, con il ritmo di una vita straordinaria, che si può intendere come romantica: la vita quotidiana invece è sopraffatta e smentita, non accetta se stessa. Si capovolgono i termini della storia i meccanismi della ragione; in fondo, ci suggerisce Mac Mazzieri, la realtà non è la vita che viviamo, che siamo portati a credere vera; quanto capita sotto i nostri sensi è soltanto un incrocio casuale, una somma estemporanea di eventi.
auroraemelaniaOrmai il pittore ha capito il gioco degli avvenimenti: trova ciò che vuole trovare nei processi interiori dei fenomeni che sulle prime possono sembrare inattesi, dalla dimensione sommersa del sogno, seleziona i soggetti e le sollecitazioni linguistiche: ciò a cui dà la maggiore attenzione, evitando l’esagerazione e il manierismo scoperto, è la sottigliezza beffarda e tragica del soprannaturale, quella storia ai limiti dell’inverosimile che ci può portare alla ricerca di una realtà più profonda che ci sfugge e insieme ci alimenta per vie non scrutabili con vene ricche di malinconia, di urti segreti con l’ambiente in cui esistiamo, o, meglio, facciamo finta di esistere mettendo in atto operazioni implicitamente deformanti e caricaturali.
Tutto questo pesante bagaglio si smuove nel tempo incerto della fantasia, sotto l’effetto di una certa panica ebrezza che deforma il reale, e insieme ci fa alzare sopra la banalità dell’esistere e la grettezza dei rapporti comuni con i suoi stridori e le sue goffaggini. Il pittore, ancora molto giovane e aiutato da questa genuina elasticità intellettuale, una volta penetrato il labirinto attraente e qualche volta malvagio della metamorfosi, scoperte alcune sollecitazioni esoteriche e surreali, ha tentato di concepire un suo teatro dell’assurdo con quadri ben definiti figurativamente, di precisi e profondi significati, pieni di intuizioni, di recessi misteriosi. Con una preoccupazione esclusiva per le proprie metafore è arrivato quasi a raccontarci nei particolari la biografia dei suoi personaggi, che troviamo ricorrenti di quadro in quadro, come se li avesse conosciuti e ritratti tenendoli di fronte: gli occhi grandi, i seni gonfi, i muscoli rilevati, sodi e robusti di una salute che non può essere terrena, arrotondati come pietre di fiume o come frutti maturi.Sono quasi pronti per sopportare inalterati la corrosione dei secoli.
Così Mazzieri mostra una carica di immaginazione e di ironia che non si può spiegare solo nell’incontro avvenuto nel 1968 con i maestri della metafisica e del surrealismo (esposti alla grande mostra del Museo d’Arte Moderna di Torino, Le Muse Inquietanti). “Non è stata una conversione improvvisa; è stata una cosa che è avvenuta regolarmente” ha scritto Renzo Margonari “e l’incontro con questa mostra è venuto al punto giusto, in sostanza”. Tuttavia è chiaro che quella data sia stata fondamentale per lui che viveva isolato a Pavullo, e così pure di grande aiuto gli è stata la conoscenza del pittore e critico Renzo Margonari, raffinato spirito creativo, che per primo s’è accorto del suo valore e lo ha stimolato ad addentrarsi con l’immaginazione più in là dell’aspetto apparente delle cose, in quella narrativa del mistero in cui ormai Mazzieri si muove con piena padronanza stilistica.
Le conversioni che avvengono di colpo sono di solito di breve durata, fanno acqua e affondano nell’incertezza, la svolta di Mazzieri è avvenuta al contrario su precise disposizioni mentali; il giovane artista emiliano teneva dentro una sua spiccata tendenza al riscatto fantastico della vita, un goticismo di fondo, si direbbe nativo, che per rivelarsi nella sua pienezza ha avuto solo bisogno di un filo conduttore, di un paesaggio chiave.
I quadri del 1966, come Pensieri, e del 1967, Personaggio, Libertà, assieme con qualche altro dipinto ricordato dall’autore (“ad esempio il bambino che parla con la bestiola, con dietro il simbolo di quei personaggi arrotolati che osservano”), danno chiaramente i contorni di questo avvio ad una pittura ricca di motivi e di spunti eccezionali, interessanti sia sotto il profilo dell’intervento fantastico-surreale, sia perchè affrontano vari argomenti che meritano di essere meditati in quanto cercano di arrivare, da una angolazione nuova, alla definizione di emblemi che sono le matrici dei nostri interessi culturali e artistici. Si riferiscono cioè a domande capitali che sono pressappoco quelle di tutti, a problemi che riguardano l’uomo, la sua fede e la sua alienazione nel proprio tempo o “non tempo”, come lo intende Mazzieri, in cui ci si può affidare soltanto a quel fantasioso e personale spettacolo che ogni persona attenta compie dentro di sè ogni volta che partecipa un quadro. Mazzieri fonde la memoria con l’invenzione e sembra ad ogni nuova opera mettere in dubbio il suo sistema di valori; rievoca continuamente le crisi acute del suo percorso con traduzioni sensibili, spesso assai vivide, non tralasciando di mettere tra le righe le sue ironie e i suoi veleni (cfr. Il viso delle cose senza vita, 1969; Contemplazione di un prete protestante, 1969; Il poeta nel discorso dell’azzurro, 1969; La favola triste degli uomini, 1972; La madre è un ariete nel cuore, 1972; L’uomo di Magrignana, 1972; Regalando foglie d’autunno, 1972). C’è una tendenza alla promiscuità a raffigurare uniti le qualità e i difetti umani in un fatale significato della vita: si evidenziano come i due termini di un rapporto inesistente fra bene e male, fra sapienza e mitica ignoranza, fra vizio e ingenuità. Sembrerebbe l’affermarsi di un caos bruto, invece il pittore riesce a concentrare il ritmo su certi costanti nuclei di condensazione, con un virtuosismo di stravolgimenti formali, con effetti cromatici e persino fonici, sonori; una specie di utilizzazione delle inquadrature cinematografiche con primi piani, controluce, figure tagliate a metà che creano profondità fittizie per mettere a fuoco personaggi o elementi significativi sullo sfondo. Queste operazioni gli fanno affrontare per gradi un terreno che ha molte difficoltà obbiettive, non certo aderente al linguaggio sintetico del nostro tempo, eppure l’impasto figurativo di Mazzieri non si riduce alla somma delle sue componenti, ma dà vita a una lingua di sapore inusitato e ciò disegna già un’immagine del pittore unitaria e ricca di personalità, che una volta sfrondata dalle intemperanze tipiche dell’età giovanile può avere un posto sicuro nell’arte contemporanea.