|
|
antologia critica | walter mac mazzieri | |||
"WALTER
MAC MAZZIERI nasce il 15 aprile 1947 a Ca' d'Olina di Pavullo
(Modena), piccolo borgo medioevale nella vallata dello Scoltenna
di fronte al monte Cimone.
Con il padre, Luigi Mazzieri, mutilato in Grecia del braccio destro
durante la guerra 1940/1945, con la madre, Armida Mammei, ed il
fratello Piero, vive un'adolescenza povera ma serena, spesso trascorsa
in compagnia di animali, specialmente cavalli, necessari al trasporto
della legna e del latte, piccolo contributo a sostegno della famiglia.
Il fratello maggiore studia in seminario a Fiumalbo (Modena),
mentre Walter frequenta, già molto miope, le elementari
nella scuola di Olina.
Sono anni vissuti intensamente, con i problemi delle famiglie
povere, ma segnati anche da belle esperienze, come lo scorrere
del fiume, la pesca, i giochi nel bosco, gli animali e i viandanti
che di sera vengono a bere vino nella piccola stanza-osteria,
attigua alla cucina.
Mazzieri in quegli anni non vede automobili, non le conosce, non
ha luce né acqua in casa, vive da isolato, la prima infanzia
nella vallata.
Solo più tardi, con il distacco dal paese, si accorge del
piccolo mondo in cui è cresciuto, della condizione misera
dei genitori anche in rapporto ai poveri."
Queste righe costituiscono la breve introduzione di una nota autobiografica
che Mazzieri ha scritto quasi segretamente: è giusto iniziare
da qui poiché risulterebbe altrimenti difficile, forse
impossibile, comprendere a fondo il senso della sua opera dipinta
i cui esiti sono incredibili (letteralmente: da non credersi)
soprattutto per le parti iniziale e centrale del suo lavoro. Egli
è, senza alcun equivoco, un pittore spontaneo ma sideralmente
lontano da ogni possibile sospetto di naifismo, e quasi certamente
per questa spontaneità le sue immagini evocano sensazioni
forti anche nelle persone non edotte e meno colte oppure semplici.
La sua pittura si legge su piani differenti, da quello elementare
al più complesso, da una fruizione diretta a una complicata
con le più svariate angolazioni filosofiche o psicanalitiche.
Ma innanzitutto è basilare affermare che ogni attribuzione
citazionistica (tra le più frequenti sono il muralismo
messicano o taluni valori surrealisti) risale esclusivamente alla
cultura di coloro che le enunciano e non a quella dell'artista
in causa. Mazzieri non sfoggia altra cultura che quella appresa
grazie a una sensibilità poetica prodigiosa che lo rende
un caso unico e completamente separato. La sua capacità
di evocare sentimenti forti è quasi certamente all'origine
del gradimento, spesso perfino viscerale, dei suoi numerosi sostenitori.
Preceduti da lavori di chiara marca espressionista, ne "Il
pane", dipinto nel 1964, quando la sua precoce sensibilità
già lo rendeva cosciente dell'isolamento drammatico in
cui lo condannava il vivere immerso nella natura fantastica di
Ca' d'Olina molto spesso ingrata, è già contenuta
"la noce" della sua poetica. Questo ragazzo col pane
e la mela è l'autoritratto di Mazzieri, chiuso come in
una cella, che si dipinge con le mani grosse del contadino, ma
gli occhi che esprimono già un'inquietudine, un rovello
interiore. Poi sarà l'esperienza precisionista, del 1965,
seguita a una dura ma educativa pratica da copista di miniature
fiamminghe.
Quale ardore, quale "sacro fuoco" spingesse il giovanissimo
Mazzieri, dopo ore ed ore di lavoro lenticolare, a porsi al cavalletto
è difficile dire, ma in quegli anni nascono ritratti come
"Cucitrici",1964,
in cui manifestandosi già, sia pure all'interno di un'iconografia
frusta, l'esigenza di impostare le immagini in modo inconsueto,
e la meraviglia per la precocità del pittore si accresce.
Un dipinto complesso come "Gli amici", 1965, nel quale
egli si raffigura con un gruppo di coetanei durante una baldoria
all'osteria, esalta tutte queste particolari doti. Nella messe
di dipinti in questo periodo si evidenzia la tendenza a decantare
il mondo rurale nel quale il giovane va formando il carattere.
Sono i contadini o folli il soggetto unico degli anni '66-67.
Col trasferimento da Cà d'Olina - il paese, sostiene Mazzieri,
dove il sole sorge per primo in tutto il Frignano e, stando alle
risultanze di una indagine curiosa ma attendibile, vi è
la più alta percentuale di gente strana dell'Emilia (cosa
di cui il pittore sembra compiacersi) - a Pavullo, dove il piccolo
turismo ha portato un relativo benessere, anche la morbosa sensibilità
dell'artista muta. Ma sono ormai sedimentate in lui leggende ed
impressioni che arricchiscono generosamente la sua linfa onirica.
Da quel fare "pompier" passa, abbandonando il tonalismo,
a quadri nei quali le accensioni cromatiche, l'impasto deciso
ed il segno evidenziato, quasi violento, espressionista, denunciano
la brutale presa di coscienza della nuova dimensione: il passaggio
dalla natura incantata e dai profondi silenzi ai vocianti personaggi
della società montanara delle osterie e della piazza di
Pavullo, alla celebrazione della scoperta della profonda interiorità
dei gesti più semplici, del resto, a Pavullo questi volti
arsi e straordinariamente caratterizzati, queste dure fisionomie
contadine hanno in Gino Covili un cantore insuperabile.
Ma Mazzieri annota la grossolanità senza amarla, stravolge
i volti in quella che vorrebbe essere arguzia narrativa e finisce
per risultare accusa, insofferenza dell'ignoranza, denuncia di
uno stato abominevole dello spirito, materialità pura:
è già come un osservatore della natura umana scompiaciuto
rivoltato. In teoria è già colui che si rifugerà
in un mondo incantato dove non c'è spazio per la gravità
delle pene umane anche se le intrusioni di queste presenze avranno
un peso ragguardevole.
Egli ha ritratto lungamente i volti dei contadini all'osteria,
le loro giornate, le risa, le liti, ma la tendenza a liberarsi
dalle apparenze del quotidiano si è fatta impellente appena
ha compreso che non bastava descriverle, era necessario giudicare,
prendere coscienza, assumere un atteggiamento, parteggiare. Mazzieri
ha la sensibilità dell'individuo contemplativo che suole
continuamente fare i conti con sé stesso prima di giudicare
o parteggiare.
La collocazione di Mazzieri è problematica, e vani sembrano
i tentativi per accostarlo a qualche esperienza anche se, apparentemente,
mille si credono i rivoli che alimentano il gran fiume della sua
poetica.
Mazzieri, sia ben chiaro, non è un pittore incolto. Ha
visitato i principali musei del mondo. Ha viaggiato a lungo preferibilmente
in Oriente, legge testi raffinati. Ma bisogna pur dire che tutti
questi interessi si sono risvegliati molto tempo dopo la sua erudizione
pittorica, e contemporaneamente alla conversione all'espressione
visionaria.
Si potevano avanzare ipotesi meno usuali e più precise
e, tra tutte, quella del neo-umanesimo collocando il pittore nella
giusta prospettiva: la collina di Pavullo con tutto l'entroterra
magico e favoloso dell'infanzia vissuta in comunione con la natura,
l'infanzia d'oro, gloriosa, contemplativa e panteistica. La natura,
odiata ed amata, dalla quale Mazzieri spesso fugge per tuffarsi
freneticamente nelle metropoli, in brevi e disagiati viaggi da
cui trae comparazioni proficue, ma quel che gli resta è
un volto intravisto in un metrò, o la storia d'un contadino.
Una precocità prodigiosa
La sua fondamentale esperienza è quella della vita montanara,
indurita dal precoce concetto che la gente deve lavorare per vivere,
mitizzando un'esistenza spensierata, come può esserla quella
di un bimbo che può godere integralmente la libertà
nella natura, in una società nella quale non si
manifestano
fatti memorabili o impressionanti. I ricordi di Mazzieri sono
stranamente lucidi. I giochi sono poveri giochi che stimolano
al massimo la fantasia. Egli si diverte coi sassi e con la terra.
Questo contatto gli lascerà un segno indelebile, come sarà
anche quello con i suoi primi compagni: gli animali e i vecchi
del piccolissimo nucleo comunitario. Gli anziani, ormai disadatti
alla dura vita dei campi, narravano al piccolo Mazzieri storie
che avevano sentito dai loro nonni e acquistato ormai la dimensione
del mito. Erano storie vere, caricate di mistero e di meraviglia
da bocca a bocca nelle lunghe sere estive, quando le famiglie
si raccoglievano fuori dall'uscio a parlare. E storie ne avevano
a non finire: si trattava di vagabondi, cercatori d'elemosina,
emigranti pendolari. Olina è considerata ancora oggi, come
s'è detto, terra di persone strane, disadattate, originali
e misantropi, e ogni tanto vi esplode la follia. I loro volti
Mazzieri se li è impressi bene nella memoria, e le mani
ruvide, le rughe, la rusticità dei panni, l'esaltazione
penetrante degli occhi. Ed essi gli avevano comunicato la smania
di vedere al di là della valle, di scoprire nuovi mondi
e il senso della drammaticità dell'esistenza, che attraverso
i loro racconti giungeva come una confusa sensazione, e anche
l'odio-amore per l'uomo, la fondamentale paura del contatto col
prossimo che si manifesteranno poi nel giovane Mazzieri.
Partito da Olina a dieci anni, a Pavullo la sua indole selvatica
dovette adattarsi a piccole restrizioni a lui sconosciute. Il
guardiano del parco dovette convincerlo che non si poteva far
legna abbattendo un albero adibito ad ombreggiare una panchina
su cui d'estate sedevano i villeggianti. La sua vita rimase una
povera vita contadina, alla giornata, nei campi, curando alcuni
cavalli. La vita che conducevano i genitori e il fratello maggiore.
Andava lentamente inserendosi nella più attiva comunità
di Pavullo, collezionando molti incarichi. Fece il garzone, il
distributore di acquisti per i commercianti, il lavapiatti; e
contemporaneamente andava alla scuola comunale: sacrifici, non
differenti da quelli di molti studenti poveri.
Già dipingeva e i risultati erano tali da invogliare i
genitori malgrado la condizione sociale, con provvida e sensibile
intuizione, ad iscriverlo presso l'istituto d'arte "Adolfo
Venturi", a Modena, dove prese a recarsi assiduamente. Ma
ad un certo punto l'esperienza si dimostrò negativa. All'istituto
egli era uno studente spaesato, a casa non sapeva più adattarsi
alla vita contadina. Così, col consenso dei suoi, che avevano
visto con preoccupazione una improvvisa crudeltà nei temi
che andava dipingendo, sospese gli studi iniziando poco dopo a
lavorare presso una fabbrica artigiana in cui si facevano soprammobili
di legno e ferro. Il suo impegno qui si protrasse per un anno.
Questa piccola fabbrica fu poi trasformata in una scuola sperimentale
per artigiani dove per due anni, dal 1964 al 1966, si affinò
nella trattazione dei materiali più disparati, anche come
scultore in ferro, legno e pietra. Contemporaneamente eseguiva,
al soldo di un artigiano locale, minuziose copie delle miniature
secentesche che misero a dura prova la sua vista, ma lo affinarono
ancor più nella tecnica tradizionale della pittura ad olio.
Dopo queste esperienze, l'artista conseguì una patente
d'artigiano e cominciò ad accettare in proprio occasionali
lavori della specie più disparata. È il periodo
del sodalizio con Davide Scarabelli, un giovane scultore attivissimo
dalla personalità spiccatamente estroversa, e con l'altro
scultore pavullese, il sognante Raffaele Biolchini che fu il suo
compagno prediletto. Modena e Pavullo e tutto il circondario sono
zeppe di opere decorative come bassorilievi, cartelli, sculture,
insegne, inferriate, eseguite in collaborazione o singolarmente
dagli amici. Coi proventi di questi lavori, i tre appena potevano
si mettevano in viaggio: e questa fu per molti anni la loro occupazione
preferita.
Nel 1965 Mazzieri visita la Francia, la Spagna, e le Isole Baleari.
Nel
1966 la Svezia, la Danimarca, la Germania. Nel 1967 va a Parigi,
poi a Londra. Nel 1968 visita l'Olanda, la Finlandia e la Norvegia;
viaggia anche in Spagna. Nel 1969 si spinge al sud: Algeria, Marocco,
Tunisia. Questo viaggio è quello che ha provocato in lui
le sensazioni più vive.
Nel 1970 il pittore viaggia in Bulgaria, Turchia, Grecia e Jugoslavia.
Questi viaggi non sono da comune turista in cerca di sensazioni,
ma si sposta coi mezzi più disparati, anche a piedi e in
autostop, acquisendo una conoscenza profonda e diretta, apprendendo
le condizioni sociali e culturali dei paesi che attraversa. Non
cerca ispirazione per le sue tele. La produzione viaggia ormai
su binari autonomi che si avvalgono solo in forma mediata delle
esperienze vissute.
Riporta da ogni viaggio una o due poesie in prosa. Qualcuna di
esse ha un titolo, ma la maggior parte reca - per distinzione
- solo la data dell'anno. Vi si scoprirà una natura poetica
straordinariamente ricca di una densità e uno spessore
che non vengono diminuite dall'ingenuità e l'eccessivo
lirismo ai quali talvolta cede la vena, ma ne sono anzi accresciute:
così come accade nella pittura di Mazzieri, che trae suggestività
e sensazioni profonde proprio da ciò che farebbe cadere
nel patetico l'opera di qualsiasi altro pittore.
Suggestioni che l'autore medesimo manifesta attraverso i titoli,
poetici e fascinosi, ma quasi sempre indecifrabili, e non identificano
l'immagine, né aiutano la decodificazione, quasi sempre
ermetici, non spiegano il senso della rappresentazione.
Erotismo della solitudine
Il turgore delle forme nelle figurazioni di Mazzieri è
un segnale erotico. Anche al di là delle allusioni o degli
espliciti riferimenti in talune sue opere di chiaro indirizzo
sessuale, la pienezza turgida di ogni apparenza - alberi, case,
animali, e panneggi persino, oltre alle membra delle figure umane,
ipotizza una sensazione d'espansione carnale d'ordine fisico -
non certo metafisico - e si tratta d'un erotismo di qualità
solare, che contrasta con l'aspetto lunare dei personaggi e delle
atmosfere notturne od antelucane che avvolgono gli spazi della
sua fantasia.
La forma falloide appare continuamente, come fiore brandito brutalmente,
quasi un'arma, scettro, strano strumento a fiato, collo del cavallo
che esce dal cavaliere; e si presenta sotto spoglie meno esplicite
quasi in ogni quadro; membro afferrato da mani contratte in atto
onanistico, anch'esso simbolo dell'isolamento dell'individuo,
dell'incomunicabilità, di un eros che brucia in tragica
solitudine.
In Mazzieri l'erotismo è un'entità rustica che deriva
dal suo rapporto con la natura, dalla particolare qualità
della difficile coesistenza del montanaro con la terra profondamente
amata. Le forme gonfie, come bloccate al massimo di un'interna
tensione, sanno esprimere questa sensazione che è, tra
le intuizioni dell'esistenziale sua poetica, quella determinante,
la più caratterizzante, e così interna ai suoi modi
espressivi che i numerosi imitatori non possono riprodurla poiché
è l'anima stessa della sua pittura, manieristica sin dall'esordio,
col suo titanismo e la fascinosa teratologia.
All'inizio degli anni Settanta questa particolarità si
manifestò notevolmente in dipinti, alcuni dei quali, con
ogni evidenza autobiografici, come "La favola triste degli
uomini" dove un cavaliere brandisce una lancia-tulipano-fallo
e porta una faretra con similari strali, cavalcando un cane (Breton,
un boxer che fu amico del pittore), o "Teatrino del desiderio
rosa" nel quale due strani musici manipolano e soffiano
in strumenti-falloidi come pure in "Teatrino
del flauto nano", o nel sensazionale "Le
nervose guardie dell'istinto" in cui è raffigurata
una tumultuosa scena d'aggressione, con lingue-aculeo, tra stravaganti
esseri metamorfici, o ancora in "Teatrino
del desiderio antico" dove cavalcatura e cavaliere
si fondono in unico corpo doppiamente fallico e d'anatomia ibrida,
un dipinto la cui struttura formale si riferisce, più d'altri
simili, alle figurazioni delle pievi romaniche.
Molti titoli dei quadri di Mazzieri sono tratti dalle sue poesie
confermando una coscienza dell'unità della propria pittura
con tali exploit letterari. Sembrerebbe, addirittura, che le poesie
costituiscano una specie di programma intimo per il lavoro pittorico
da svolgere: magazzino di sensazioni e concetti da trasporre sulla
tela. È sintomatico, molti tra i più famosi pittori
fantastici sono anche scrittori. Basti citare, tra gli altri,
i casi illustri di Blake e Kubin, e i nostri Savinio e Italo Cremona
considerati unanimemente geni letterari e pittorici ad un tempo.
Se vale la pena tentare un esteso esame di questi dati è
perché forse l'aspetto più sorprendente nella pittura
di Mazzieri consiste nel fatto che dopo aver raggiunto la più
utile maturazione dei propri mezzi tecnici, l'artista non si è
più evoluto tentando altre ricerche, indagando altre possibilità
espressive. Malgrado la precocità con cui è pervenuto
alla caratteristica del suo linguaggio si è mantenuto ad
esso, e per la vivacità della sua intelligenza ciò
sarebbe scarsamente compatibile se non dovessero valutarsi come
determinazione degli aspetti più profondi della psiche
la singolare consapevolezza della sua infanzia e della fanciullezza
che caratterialmente trovano sequenza e prosecuzione anche negli
anni dell'età matura. Mazzieri è rimasto legato
al tempo del sogno; è un adulto Peter Pan dolcemente scorbutico
e bonariamente misantropo. Tutto ciò sta nella sua pittura:
nell'iconografia delle sue fantasie ma anche nella qualità
della tecnica.
Peraltro non è fossilizzato reiterante di una maniera che
lo rende inconfondibile. Invece nella sua opera si distinguono
nettamente periodi differenziati e fasi particolari, mentre prevalgono
determinate cromie, e varia la gestualità del tocco pittorico.
L'immaginario
onirico
A partire da "Recupero del Fantastico", 1963, tutta
una serie di manifestazioni dedicate al Surrealismo prese il via.
Mostre monografiche dei maestri "storici", rassegne
in cui la presenza surrealista era preponderante come quelle aquilane
("Alternative Attuali 3", 1968) organizzate da Enrico
Crispolti, e soprattutto "Le muse inquietanti", 1968,
di Luigi Carluccio, hanno favorito la naturale spinta della maggior
parte dei pittori neo figurativi verso il Fantastico. Nel catalogo
di quella mostra memorabile scriveva Carluccio: "È
giusto pensare che ogni volta che gli artisti avvertiranno la
necessità di collocarsi in una situazione di contestazione
rispetto al mondo in cui vivono, ogni volta che sentiranno il
bisogno di reclamare il loro diritto ad essere totalmente liberi
ed a rifare, cioè a pensare il mondo come più gli
piace, si accosteranno necessariamente alle esperienze irrazionali
del Surrealismo; ne ripercorreranno la strada, dalle insorgenze
anarcoidi ai compiacimenti ludici, ai concitati programmi e tenteranno
anche loro di fare una sola cosa della vita e dell'arte. Se questo
è veramente un tempo di contestazione il Surrealismo conquisterà
molte simpatie nuove perché rappresenta il caso più
complesso più esteso e più duraturo di contestazione".
È da considerare che all'epoca Modena è frequentata
dai redattori di "Malebolge", quasi tutti per la ripresa
del Surrealismo in letteratura e legati ad un gruppo di artisti
neodadaisti e neosurrealisti di cui a Modena esiste un nucleo
particolarmente attivo. In quel momento l'avanguardia modenese
potrebbe caratterizzare una situazione singolare in Italia (siamo
nel 1965/66), ma - come accade spesso nelle piccole città
- l'affermazione dei protagonisti è seguita da una diaspora
dispersiva che li allontana dai luoghi e dalle premesse culturali.
L'episodio va citato, anche solo per precisare che Mazzieri in
quel momento è perso tra le colline del Frignano e non
ha alcun contatto con Modena. La sua conversione al Fantastico
avverrà più tardi, in concomitanza de "Le muse
inquietanti" visitata a Torino.
Nella sua pittura, apparentemente, anche i temi usuali della contemporaneità
sembrano evitati con cura. La società dei consumi, le tensioni
sociali, il rapporto alienante dell'uomo con la macchina, temi
molto in voga negli anni della sua formazione, sembrano aver trovato
in lui un agnostico. Né si è fatto coinvolgere nel
gioco dei formalismi e delle ricerche che molto spesso portano
lontano dal terreno dei significati, profondi dell'esistere.
E Mazzieri li affronta alla radice, nell'uomo, che insieme li
crea e combatte. Per chi non voglia lasciarsi distrarre dal dialogo
intimo e franco, dai temi eterni - amore, odio, vita, morte -
e si esprima con un linguaggio finalmente acquisito alla cultura
media di massa come il criterio immaginativo da lui prescelto,
la maggior attenzione non va' alla forma, indubbiamente. In questo
senso bisogna sottolineare la moralità implicita nella
pittura di Mazzieri che è tutta evidente nella sua autentica
"povertà", libera com'è da ludismi e fastigi
tecnici. È essenziale, senza preziosità oltre a
quelle - che le sono naturali - di un colore per sé stesso
poetico e modulato con estrema fantasia, grezzo e articolato senza
ricercatezze. Dal suo segno non emergono nevrosi ed alienazioni,
stress ed incubi, ma una integra drammatica vitalità spirituale.
Ecco perché al proposito è più esatto parlare
di neo-umanesimo, specificando anche come, benché a qualche
superficiale osservatore possa darne l'impressione, non si tratta
di pittura decadente, e l'apparato fantastico in queste tele si
riassuma nel simbolo, per modo che l'onirismo, da cui sembrano
pervase, è solo minimo. Buona pittura erotica, commestibile,
piena di succhi. Così vi si possono rinvenire momenti di
carattere naïf, festosi e incantati; la favolistica dei pittori
simbolisti, da Redon in poi, tetra e misteriosa; l'invenzione
surrealista, raggelante e provocatoria. Ma resta il fatto dell'assoluta
libertà poetica ed inventiva dell'artista, per cui tali
attribuzioni sono destinate ad essere confinate nell'ordine della
supposizione filologica.
La situazione d'isolamento culturale, interrotta solo saltuariamente,
che avrebbe potuto fare di lui uno dei tanti velleitari "pittori
locali", ha invece provocato lo sviluppo di una poetica di
matrice neoromantico - simbolista, ma arricchita da un'indiretta
ingerenza espressionista, risalente all'esordio. Essa carica emotivamente
le immagini e le induce in uno spazio poetico non tanto preciso,
a mezza strada, appunto, tra la fantasticheria romantica e ideologica.
L'iconografia farebbe pensare pure a un apporto consistente del
manierismo (nelle deformazioni prospettiche di mani e piedi, che
però qui hanno valore simbolico), anch'esso derivato dai
suoi stessi dipinti giovanili.
Un solo maestro: il museo
Ma il museo ideale costituito nel corso dei suoi viaggi ha
risvegliato in Mazzieri soprattutto la sua natura emiliana e spesso,
osservando l'istintivo comporre a larghe masse, le accensioni
di luce che attizzano bagliori emergenti dal caldo colore dei
suoi dipinti, il pensiero va per analogia ai macchinari figurativi
guercineschi, all'epoca carraccesca, nella quale l'estenuata eleganza
del Parmigianino convive con la rustica quotidianità di
Annibale: in quell'epoca l'invenzione del colore corse alla pari
coi supremi equilibri della figurazione rinascimentale. Fu, quell'arte,
prevalentemente d'ispirazione religiosa e, secondariamente, mitologica.
Ed è proprio perché le figure di Mazzieri si manifestano
con una pagana sacralità che troviamo leciti simili pensieri
sul suo lavoro.
Per superare ogni dubbio sull'esplicito riferimento all'arte antica,
soprattutto emiliana, non occorre particolare perspicacia critica.
È facile riscontrare, ad esempio, quale sia l'evidente
rapporto di quadri come "Grigie
fantasie di un cavaliere notturno", 1970, con il
"San Giorgio e il Drago", a Dresda, di Dosso
Dossi, oppure di "Tra i sassi rotondi e levigati",
1972, "Regalando foglie d'autunno" o "Le
ceramiche profonde del desiderio" con "Ulisse
e Penelope", a Toledo, del Primaticcio. Né occorre
rilevare che figurazioni come la metopa detta "della scena
fantastica" del Duomo di Modena, ma che sono diffuse in tutta
l'arte romanica, come quelle dei grifoni e chimere che reggono
colonne nei portali, possano far da exempla per dipinti come "Nella mano degli imperatori continua a fiorire
il garofano rosso dei soldati", 1971, o "Le nuvole respirano con rigore",
o "L'uomo di Magrignana", 1972. Anche che le
deformazioni delle figure equine, e il colore con cui sono rese,
possono rifarsi alla "Conversione di S. Paolo",
a Vienna, del Parmigianino. Queste possibilità di raffronto,
indicate volutamente alla rinfusa perché nell'opera di
Mazzieri confluiscono senza ordine di quantità e storia,
assieme, appaiono più che legittime nell'intento d'illustrare
il percorso culturale dell'artista. Servono peraltro non tanto
a
stabilire
una diretta ascendenza delle sue immagini all'antico, quanto a
dimostrare che, seguendo la propria emozione, il pittore non può
evitare - e non lo vuole - il rifluire dell'ancestralità
estetica del proprio supporto culturale emiliano; come anche la
magniloquenza e l'enfasi sensazionalistica può far pensare
genericamente alla "Deposizione" di Niccolò
dall'Arca; la solidità e gonfiosità dura dei suoi
personaggi ed oggetti, possono evocare il Correggio della cupola
del Duomo di Parma con la plasticità delle nuvole che sono
come una materia solida alla quale s'aggrappano e s'appoggiano
"fisicamente" angeli e santi. E sulla fisicità
della fantasia di Mazzieri è bene sostare, perché
la sua inventività è materialistica, i suoi personaggi
sono fantasmi solidi. Ancora la rozza terrestrità di certe
costruzioni potrebbe richiamarsi all'"Allegra compagnia"
del Passerotti: come "clima", s'intende, e non come
citazione diretta; quando non sia invece esplicita, come tra "Ritratto
paesano", 1977, e il "Mangiafagioli",
a Roma, di Annibale Carracci. Il tutto regge sulla statica solidità
romanica delle pievi montane.
È uno sguardo globale sull'arte antica, con sensibilità
emiliana, ritornando alle sue prime esperienze né va dimenticato
che si è formato come copista riducendo a miniature opere
classiche per conto di una bottega artigiana, come abbiamo già
ricordato.
Ma naturalmente Mazzieri risente altre influenze soprattutto dalla
pittura neoromantica e simbolista. Figure come l'interrogante
assiso e corrucciato di "Un giardino di lucciole che piangono",
1968, traggono suggestioni da Heinrich Füssli - e quante
volte anche in questo pittore si presenta la figura in atteggiamento
meditativo che tiene la testa tra i pugni - prima ancora che da
"Il filosofo il poeta", 1914, dechirichiano.
È ovvio che alcune similitudini possono presentarsi per
affinità poetica ma non per caso, comunque.
Racconti di sogni e visioni
Quando simile posizione indipendente è assunta coscientemente
senza curarsi se sia più o meno gradita alla critica, senza
calcoli, ha la possibilità di evolversi in modo del tutto
autonomo e, con ciò, proporsi come caso.
Le tendenze dell'inconscio seguono strane vie per venire alla
superficie. Molto spesso è praticamente impossibile precisare
l'origine delle simbologie e delle analogie che i pittori fantastici
usano per costruire le loro immagini. Una critica psicanalitica
sarebbe adatta ma non sempre efficace a individuare questi processi
mentali. I simboli sono in fondo immagini che mascherano significati
allusi in modo enigmatico. Sotto questo profilo pochi artisti
più di Mazzieri sentono, istintivamente, il bisogno di
trasformare il senso profondo dei propri dipinti in simboli: così
intima è la confessione che egli vuole esternare. A volte
sono indecifrabili, sebbene fascinosi, perché nascono da
pensieri non comuni o riconducibili a esperienze ordinarie, e
bisogna ricordare che la maggior parte di queste opere sono state
dipinte da un pittore non ancora ventenne. Ebbe a dire Freud circa
il sogno: "L'inconscio approfitta della soppressione o dell'allentamento
notturno per valersi di materiali accumulati durante il giorno
a formare sogni proibiti" e aggiunge che i sogni "servono
soprattutto ad esprimere desideri sessuali". Insomma sono
proiezioni della libido che, sempre secondo Freud, "è
l'energia che l'io dedica agli oggetti delle sue tendenze sessuali".
E Mazzieri, paradossalmente, ha queste tendenze "sessuali"
nei confronti dell'intera natura, di ogni oggetto che stimoli
la sua curiosità o gli faccia nascere un pensiero. È
una specie di possessione erotica del visibile che viene dunque
idealizzato e trasformato secondo il meccanismo dell'inconscio.
È consuetudine, non sempre pienamente giustificata, di
analizzare con metodi extracritici soprattutto quegli artisti
che si manifestano con figurazioni fantastiche o stravaganti,
e produrre commenti esclusivamente rivolti a rivelare il senso
inconscio dell'iconografia.
Il critico d'arte peraltro, manca spesso di conoscenze approfondite
al di fuori dello specifico, e succede così che ciascuno
giudichi l'opera avvalendosi della propria cultura applicata sovente
ad artisti che, malgrado l'apparenza, non si prestano a letture
particolari, le quali finiscono per appiccicarsi al loro lavoro
come etichette pleonastiche o fuorvianti.
Per quanto riguarda la pittura di Mazzieri è evidente che
solo una parte dei suoi simboli appartiene all'immaginario collettivo,
ma soprattutto si deve constatare che il processo di versione
visionaria del quotidiano da lui praticato è prodotto dal
fantastico soggettivo. Lo psicologismo è forse - benché
più allettante - la maniera meno adatta per comprendere
l'opera di Mazzieri che viene impoverita se avvicinata freddamente
perché invece è da godere raccogliendo le lancinanti
emozioni che sa provocare. È infatti una pittura antistorica,
anacronistica, e non interviene sui personaggi, o direttamente
sugli avvenimenti che la ispirano. Pur essendo narrativa, la sua
immagine si crea dai sogni: i pensieri, i desideri dei fatti,
personaggi, dalle situazioni che ruotano attorno agli avvenimenti,
alle idee: il racconto di vicende che non sono mai accadute perché
sono nella mente, circolano nel corpo; immagini che appartengono
all'esperienza spirituale, all'esistenza culturale, sono il suo
intimo diario mentale. Per ricevere la straordinaria empatia che
sanno istituire con chiunque le osservi, occorre predisporsi considerando
che "i quadri li fa anche chi li guarda", insomma accettare
il dialogo attraverso la nostra esperienza, sensibilità,
e cultura. L'ambigua forza di questi dipinti, allora, agisce come
un catalizzatore convogliando la facoltà immaginativa soggettiva
ad una diversa interpretazione. Se è così, se i
dipinti di Mazzieri danno a ciascuno sensazioni e narrazioni differenti,
è questa la garanzia della possibilità per la sua
opera a resistere nel tempo, non subire l'oscillazione del gusto,
la successione delle mode culturali, qualcuno, oggi o domani,
si troverà sempre in qualche modo rappresentato da questi
dipinti, come accade nell'opera dei veri poeti.
Ma sappiamo, anche, come un quadro non sia solo l'espressione
dell'inconscio: "Solo nell'arte capita che un uomo ossessionato
dai suoi desideri faccia qualcosa che assomigli alla loro soddisfazione
e che, grazie all'illusione dell'arte, questo gioco provochi le
stesse reazioni emotive che susciterebbe un'autentica soddisfazione".
E aggiunge Freud: "Il vero artista può fare di più.
Può dare ai suoi sogni una forma che faccia loro perdere
ogni carattere personale inaccettabile per gli altri e lo renda
tale da trasmettere ad essi una gioia". Non possiamo negare
che questa "gioia" nella pittura di Mazzieri sia condivisa
da molti e il carattere della sua arte cada in questa sfera nel
tentativo di realizzare i propri sogni, è un fatto a tutti
evidente. Ad esempio i suoi personaggi assorti in lunghi colloqui,
gli occhi negli occhi, con le colombe che caratterizzano la prima
parte della sua produzione fantastica, questi uomini - paesaggio,
uomini - montagna, volti - albero, cercano di esprimere un panteistico
possesso delle sensazioni cosmiche, un'immedesimazione sensoriale
con le cose che in qualche modo realizza il sogno di Mazzieri:
disintegrarsi in un abbraccio totale delle cose percettibili.
È l'espressione della sua libido, e media il messaggio
"inconfessabile" del suo amore per la vita. Ma questo
esprimersi per simboli apre, anche per lui, la prospettiva dell'ambiguità.
Il simbolo è per la sua stessa natura sfuggente ed equivoco,
polivalente. La contradditorietà cui porta l'uso del simbolo
non viene quasi mai accettata dalla mentalità europea,
ma in Oriente - ad esempio - l'idea che l'"anima" contenga
i contrari di ogni possibilità umana, sia nelle più
alte vette spirituali che nelle più basse nefandezze materialistiche,
è saggiamente ammessa dalla filosofia e dalla religione,
oltreché dal costume.
Per l'Occidente un simbolo può avere un solo gruppo di
significati. Mazzieri trasgredisce anche in questo. La mancanza
di una individuazione critica delle contraddizioni nella sua pittura
porterebbe ad errori di valutazione.
Il quotidiano fantastico
Per troppo tempo ci si è limitati a considerare l'artista
come una entità a sé stante, appartata, esclusiva.
Si deve costantemente tener presente, invece, che, per quanto
un pittore sia relegato, geograficamente o per suo atteggiamento
spirituale, nella più segreta solitudine non può
evitare di esprimere, e di rappresentare nell'opera, in modo più
o meno appariscente il suo ambiente e la sua epoca. Ecco perché
a Mazzieri, pur essendo isolato e praticamente privo di contatti
culturali, perlomeno privo di scambi con altri artisti, bastò
"sentire" per capire che il suo metro espressivo doveva
valersi decisamente dell'espressione fantastica. Non fu la conversione
sulla via di Damasco ma la logica conclusione di un processo iniziato
già con la trattazione stravolta dei volti dei pazzi e
montanari nel cui sguardo cercava "qualcosa d'altro".
E, indubbiamente, sotto il profilo tecnico, al ragazzo che a dieci
anni cercava di stemperare il colore ad olio con l'acqua - tanto
ignorava ogni nozione tecnica - ma già nel 1967 teneva
la prima personale con successo, la politezza delle superfici
nei dipinti simbolisti e surrealisti, il gran articolarsi delle
macchine oniriche dei maggiori maestri, debbono aver provocato
un'emozione violenta, se da quel momento la sua pittura sarà
visionaria e soprattutto la tecnica avrà un incentivo irrefrenabile
a personalizzarsi inconfondibilmente, abbandonando la violenza
espressionista, la grassa pennellata, e i colori primari delle
alterazioni fauves.
Conviene insistere su questo argomento, ricordando che gli stessi
surrealisti hanno rilevato componenti parte dal simbolismo di
fine Ottocento, parte dalla Metafisica di Giorgio De Chirico.
Ma nella pittura laica rinascimentale, a sua volta ispirata all'evocazione
delle figurazioni mitologiche greche e romane, c'è materiale
abbondante dal quale estrarre "mostri" come quelli di
Mazzieri. Forzare la sua ricerca in uno schema che lo collochi
alla periferia del Surrealismo è una valutazione grossolana
e superficiale. Eppure, per quanto attiene alla pregnanza simbolica
delle immagini è credibile che non tutti i processi inventivi
adottati siano perfettamente consapevoli. Ma anche la stessa tecnica
pittorica è in gran parte condizionata dall'emotività
e dagli accadimenti occasionali. Egli va considerato un pittore
fantastico soprattutto per l'invenzione coloristica, la straordinaria
mobilità cromatica da un dipinto all'altro, la trasfigurazione
pulsante dei toni su tutta la superficie del quadro e l'originalità
fantasmagorica degli accostamenti; la sensualità carnale
e gli effetti di plasticità che ricava dalla brillantezza
smagliante delle tinte costituisce gran parte della forza e del
fascino delle sue tele.
Le espressioni dei personaggi di Mazzieri oscillano tra brutalità
ispida, coriacea e dolcezza struggente, tra una soavità
aerea e materialità tellurica. Le mani sono come delle
morse nell'atto di serrare, abbrancare, trattenere; gli occhi
sono come laghi tiepidi, occhi imploranti e smarriti che stillano
liquidi purissimi e preziosi; occhi tristi del violento e del
violentato. Tutta la gamma dei sentimenti trova nel simbolo la
propria immagine, ogni immagine il proprio simbolo. Non c'è
sentenza né per il bene né per il male; non si indiziano
personaggi positivi o negativi, poiché il positivo e il
negativo, il giusto e l'ingiusto, convivono nella natura. Tutte
le figure sono immerse in un'ambigua espressione; tutte partecipano
una solennità monumentale, con una fissità icastica,
sfingea, di fronte alla quale coglie uno smarrimento come a riflettere
sui concetti totali della filosofia. I grugni che soffiano in
ignoti strumenti musicali falliformi appartengono alla visionarietà
popolare; non sono distanti dai mascheroni che - forse con finalità
apotropaiche - gli architetti rinascimentali ed i loro successori
barocchi posero in chiave agli archi dei portali e la cui esecuzione
venne affidata ad anonimi lapicidi che sbrigliarono la propria
terragna fantasticheria. Il pianto, la lotta, la solitudine, la
sopraffazione, la meditazione, sono le tematiche più apparenti
nella pittura di Mazzieri. Questo barocchismo, via via sempre
più enunciato, raggiunge l'apice in "Odissea di Olindo",
1975, dimostrando come nei suoi disagevoli viaggi giovanili attraverso
i musei del mondo abbia assorbito il senso compositivo, la solennità,
la qualità costruttiva, delle grandi macchine figurative
dei secoli passati.
Se si è potuto parlare, in altre occasioni, d'involontarie
assonanze con l'opera di molti grandi pittori gigantisti, da Siqueiros
a Savinio, e non senza motivo, è solo perché anche
questi maestri si sono soffermati sul manierismo michelangiolesco.
E di michelangiolesco si è tentati di parlare a fronte
della complessità potente della costruzione di quadri come
"La luna rossa non uccide le ceramiche profonde del desiderio",
1972. Anzi, senz'alcuna possibile intenzione, da parte sua, poiché
la scoperta del colore di Michelangelo è recente cognizione
di tardi anni ottanta, si potrebbe sostenere che Mazzieri abbia
intuito il cangiantismo che tanto meraviglia, ed ora spiega, lo
splendido cromatismo dei manieristi successori del genio della
Sistina.
Mentre il breve insegnamento accademico che fu obbligato ad intraprendere
(di solito gli artisti sono impediti a farlo, non viceversa!)
e che interruppe decisamente, visti i risultati e la depressione
psichica - riflettentesi innegabilmente sull'opera - che la routine
accademica gli provocava, non è certo indicativo. L'amore
per la natura e le cose è rimasto in Mazzieri così
da spingerlo a dare una parvenza materiale alle sue immagini,
così da poterle credere come elementi reali della sua giornata.
Con le immagini cerca di creare un parallelo a ciò che
egli è, un diario onirico per autoriferirsi, e poiché
ogni definizione crea ulteriori possibilità introspettive,
un'opera nasce dall'altra ed accompagna la sua vita, giorno per
giorno.
L'arte è per Mazzieri un'esigenza vitale ma ciò
non lo privilegia o lo diversifica. "Se questo è
vero per un uomo" scrive Renè Huyghe, (Dialogo
con il Visibile, Parenti, 1958, pag. 382), "lo è anche
per un popolo. per ambedue l'arte ha dunque estrema importanza.
Ben lungi dall'essere un semplice abbellimento della vita, un
lusso o un ornamento, come sostiene qualcuno, l'arte risponde
insomma a una profonda esigenza della vita mentale. Nessuna società
ha mai potuto farne a meno".
L'argomento cade a proposito perché, in base alla sostanza
onirico - favolistica della pittura del pavullese, sarebbe facile
fare accuse di egocentrismo e "disimpegno" sociologico
del suo lavoro, dove si riscontrano introspezione e assenteismo
assai evidenti per la concezione "partitica" della politica,
ma invece essa - sotto il profilo propriamente sociale - agisce
ampiamente in Mazzieri. Contrariamente non potrebbe essere quel
poeta popolare che è come conferma il successo della sua
opera riscosso in tutti gli strati sociali. Ma l'arte attuale
che ha vero successo "politico" internazionale è
quella ufficiale, prodotta dalla nostra società capitalista,
riproducibile in serie, adatta a essere applicata nella decorazione
dell'architettura, da sfruttare nelle soluzioni estetiche industriali.
Ecco perché Mazzieri, benché unico, è artista
popolare, uno dei tanti. L'arte omologata internazionalmente è
cultura accademica, indotta persuasivamente dal potere culturale
mercantile. È un'arte che non si cura minimamente del rapporto
con le masse, ammantandosi - a volte - di questo nichilismo ed
assenteismo in virtù di un "superamento a sinistra
del bisogno artistico", negando ad esso possibilità
rivoluzionarie e incidenti. Scrive Ernest Fischer: "Un'arte
che ignora altezzosamente i bisogni delle masse e che si vanta
di essere capita da pochi, lascia libero il campo al fango dell'industria
del divertimento. Quanto più l'artista si sottrae alla
socialità, tanto più il pubblico è nutrito
dai cascami della produzione barbarica per le masse".
(E. Fischer, L'arte è necessaria?, Editori Riuniti, 1962,
pag. 106). Dall'altra parte abbiamo avuto gli artisti "politici",
quelli che presumevano di contribuire ad evolvere la politica
del Paese con la loro operazione artistica.
Il pittore che più lo affascina è il Max Ernst de
"La vestizione della sposa", 1940. E un esame
non superficiale di tale preferenza rivelerebbe che queste indicazioni,
apparentemente immotivate, rispondono invece ad una scelta coerente,
i cui segni sono abbastanza visibili nei suoi dipinti più
visionari.
Una
cultura ibrida
Parecchi commentatori di Mazzieri hanno spesso considerato
la sua pittura come surrealista o neo-surrealista, o affine al
surrealismo. Anche se vi è un innegabile apporto dell'osservazione
di taluni esponenti del surreale figurativo, in Mazzieri la valenza
onirica non è essenziale, come abbiamo visto, e pertanto
non così determinante da poter ricondurre la sua opera
alla poetica bretoniana che sull'onirismo e sull'irrazionalismo
gioca sostanzialmente il proprio senso. Nei suoi dipinti la speculazione
simbolica ed il rapporto col vissuto hanno sempre un ruolo primario
e la sua fantasia evoca delle immagini trans-morfiche e polimorfiche
che fanno parte semmai del subconscio, mai dell'inconscio. Con
questi esseri niente affatto spaventevoli, anche quando sono raffigurati
in lotta, possiamo colloquiare, non suscitano in noi alcun moto
di repulsa, ci sembra di avere con essi una certa dimestichezza:
sono fantasmi che provengono da noi ed a noi tornano. Ne siamo
ammaliati perché la loro visione è come uno sguardo
profondo nell'Es, come il potere cogliere - finalmente - l'aspetto
di sentimenti e risentimenti indefinibili ma che sappiamo ben
riconoscere. Queste figurazioni sono degli archetipi dell'immaginazione
che accompagnano la storia dell'uomo e della sua arte figurativa.
Mazzieri li ha ritrovati nella scultura orientale ed egizia, nelle
metope del Duomo di Modena, nelle chiese romaniche del Frignano,
nei dipinti antichi dei grandi musei che ha visitato, e poi nell'opera
dei romantici e dei simbolisti che tanto ama, e solo alla fine
in quella dei surrealisti. A guardar bene sono ancora i fauni,
i centauri, le sfingi e le chimere.
L'entità attorno alla quale ruotano le immagini dei suoi
quadri è egli stesso col proprio carico di vita, col peso
del passato, con la trepidazione per il futuro, la propria ipersensibilità,
la gentilezza d'animo che lo rende così vulnerabile da
costruire opere d'arte su pensieri e sensazioni che ad altri sfuggono,
su dettagli che altri non sanno cogliere. Sono raffigurati i suoi
viaggi dello spirito, il peso della solitudine, l'oppressione
dei legami d'affetto e d'amore che tolgono la libertà,
e del rapporto sociale. Così i suoi personaggi hanno, quasi
invariabilmente, uno sguardo perso nell'infinito e portano la
casa, il paese, la città, sulla schiena, come il dannato
Sisifo il suo macigno; hanno animali amorevoli o ringhiosi, tediosi,
sulle spalle e poggiati sul capo ("Poesia di vento e sacrificio",
1968; "Mille orologi stanchi", 1969; "Cortese
rugiada che ritorna", 1980).
Mazzieri ritiene che lo star soli sia il modo di essere liberi
(Cfr.: R.Margonari, Walter Mac Mazzieri; Artioli Editore,
Modena, 1971, p. 96) ma coltiva relazioni, amicizie tenaci, affetti
famigliari, cercando sempre di sviluppare i rapporti ad un più
elevato livello di quello fisico e d'abitudine. Dichiara che dipinge
per "cercare fratelli" (F. Genitoni, La storia di
un artista; "Gazzetta di Modena", 1984).
La sua opera è un viaggio mentale nel quale si affacciano
immagini: il modo per poter narrare un racconto che ha per soggetto
ciò che nella vita e nei pensieri dell'autore è
indescrivibile. E la dimensione narrativa si manifesta con evidenza
soprattutto nel rapporto empatico che i suoi dipinti stabiliscono
con il riguardante, un momento che l'artista ricerca deliberatamente
attraverso l'iterazione narrativa. Molti suoi dipinti sembrano
l'episodio di una più ampia narrazione precedente o seguente.
È un invito al dialogo, ogni quadro presuppone un interlocutore
o almeno un osservatore.
Una collocazione del lavoro di Mazzieri nell'ambito delle ricerche
contemporanee è dunque assai perigliosa e problematica:
volendola ad ogni costo, risulterebbe a ciascuno evidente la gratuità
della cosa. La singolarità di questo artista è stata
più volte ed unanimemente considerata da tutti coloro che
hanno seriamente commentato il suo lavoro.
È un caso atipico e di questi casi, nell'arte d'oggi se
ne registrano sempre meno a causa del conformismo degli artisti,
del loro servilismo verso i critici-manager. Non fosse che l'originalità
il solo merito di questo pittore, basterebbe a porlo in uno specialissimo
Olimpo tra i pochi inventori di mondi poetici, portatori dell'ossessione
creativa, ben distante dalle brigate, dai plotoni, dalle compagnie
e reggimenti, lontano dalle "aree" e fuori dalle "linee",
non sfiorato dalle "correnti" alle quali aderisce la
maggior parte. Ma naturalmente egli è tutt'altro che estraneo
alla moderna problematica figurativa. Paradossalmente si può
ben sostenere che la viva ben più a fondo di quanti vantano
partecipazione. Però guarda ad essa con occhio dilatato,
fisso sull'immagine che gli rimanda il riflesso della sua anima,
misurandola con la propria visionarietà e capacità
di trasfigurazione. Non si pone problemi in ordine all'aggiornamento
del linguaggio perché possiede il proprio che gli risulta
il più adatto per esprimersi, e neppure propone la sua
scelta come una novità, distinguendosi anche in ciò
da tutti quelli che rifanno con l'improntitudine dei neofiti.
È un pittore sempre nuovo perché unico; è
originale perché solo.
Artefice di preziosismi cromatici, alterna periodi di valori
coloristici morbidi ad altri di accensioni acerbe. Il segno è
andato indurendosi a partire dal 1980 con le opere che potremmo
identificare come "periodo Olindo", raggiungendo un
punto fermo in "Cacciatore di nuvole chiare",
1983.
Con questo dipinto ed i seguenti, Mazzieri si riallaccia alla
suggestione della pittura ferrarese quattrocentesca. Che il richiamo
dell'arte antica sia per lui avvincente come abbiamo già
affermato lo dimostrano pure le opere del "periodo veneziano",
realizzate in un momento di solitudine e malinconia, rimpianto
nostalgico in un esilio volontario. Venezia è vista come
un incongruo splendore architettonico, quale apparizione notturna,
lunare, di quinte teatrali buie profilate dalla luce riflessa
dove, come astanti estatici, presiedono le Madonne ed i santi
delle pale dipinte dai grandi artisti nelle "scuole"
delle chiese lagunari ("La
notte dell'angelo tentatore", 1985). Il senso autobiografico
di questa serie è talvolta evidenziato anche dai titoli,
insolitamente aderenti all'immagine: il viaggio alla ricerca di
sé ("Dove mi porti a morire luna rotonda",
1984), la solitudine e lo spaesamento ("Pescatore di onde
a Murano", 1984); il sogno nostalgico ("Tua
figlia la luna", 1984). L'immersione nella città
acquatica, ma ancora condizionato dalla cultura d'origine ("Laguna di miele", 1984),
dove la città sul capo immerso nei canali in una Venezia
improbabile, adombra l'immagine della turrita Bologna, e la luna
è calda, appartiene ad una realtà diversa, un astro
amico nel freddo universo stellato.
Uno sguardo distratto lungo l'intero arco operativo di Mazzieri
potrebbe suggerire che, a parte il breve periodo dell'inizio realista
(ma di un realismo, anche questo, assai particolare dove si trovano
mescolati Caravaggio ed i neorealisti socialisti), la sua espressione
non abbia registrato particolari mutamenti. In effetti le variazioni
tecniche si sono succedute in modo poco visibile, ma non per questo
sono meno significative. Paragonando il "periodo veneziano",
e i quadri dipinti ad esorcizzare l'orrore fu la morte prematura
del fraterno Raffaele Biolchini, con i precedenti, si riscontra
agevolmente la differenza stilistica concretizzata gradualmente
mediante costante e tenace approfondimento, e per un'inquietudine
sotterranea, una tensione alla sintesi, a una maggiore selettività
delle forme, peraltro sempre presenti nelle varie fasi del suo
lavoro. A qualcuno potrà apparire, perciò, che esso
si avvalga ora di procedimenti tecnici più raffinati, ancor
più prossimi a quelli dei maestri ammirati dall'artista,
ma non è così: sono modi differenti, non migliori.
Ogni periodo nella pittura di Mazzieri è stato espresso
con la tecnica più consona al momentaneo suo intento: ad
esempio la pennellata appare ruvida quando il soggetto è
la riscoperta della pittura antica, più persuasiva se ci
sono riferimenti al surrealismo.
Nelle prime opere visionarie la tecnica risponde ad un tonalismo
diffuso; il colore è, infatti, assai composito. I contorni
delle forme non sono particolarmente demarcati anche se di segno
vigoroso. La pennellata larga e d'impasto grasso, si definisce
anche costituendo asperità d'impasto. Questi modi sono
chiaramente di tradizione emiliana, nell'accezione arcangeliana,
benché la tematica e l'intenzione poetica siano ormai sradicate
dalla nozione regionale ed affacciate sull'ampio panorama internazionale.
La capacità di Mazzieri nel ricavare effetti anche dalla
stesura del materiale pittorico si manifesta più avanti
pure con caratteristiche particolarmente elaborate. Mentre all'inizio
il tessuto compositivo veniva svolgendosi complessivamente come
per la tessitura di un tappeto, successivamente l'intera immagine
è tracciata nelle sue linee principali con un colore forte,
monocromaticamente; su questo fondo è fatta crescere gradualmente
ottenendo le volumetrie e il chiaro scuro, col risultato di un
senso rustico della materia prodotto sfregando il pennello quasi
scarico sulla rugosità del tessuto: procedimento alquanto
indicato per la descrizione della pelosità e del grezzo
che s'armonizza, infatti, con le tematiche ed i soggetti di quel
periodo. Successivamente il colore diventa più brillante
e - se possibile - più acceso, più inventato, con
varietà cromatiche molto personali.
Anche le forme si raggelano facendosi dure e levigate. La luminosità
lunare dei suoi ultimi lavori deriva soprattutto dalla partenza
con blu di Prussia sul quale poggia l'intera crescita cromatica
del dipinto.
Questi diversi momenti si possono agevolmente rilevare con una
completa rassegna dalle prime opere alle ultime. Ma l'immagine
totale del lavoro del pittore è monolitica: sembra che
all'iniziale, prodigiosa maturità giovanile non si siano
aggiunte sovrapposizioni, diverse curiosità, influenze,
o meditazioni estetiche d'altro genere da quelle che diedero l'avvio
all'incredibile saga visionaria del suo racconto. Eppure tra le
prime opere e le ultime c'è una sostanziale mutazione che
sta proprio nel colore - una mutazione, giova sottolineare, nell'ambito
proprio al linguaggio pittorico - colore ora "fantastico"
più di quanto non sia stato precedentemente, con cromìe
svincolate da ogni descrittivismo naturalistico del soggetto.
Si tratta, inoltre, d'un colore singolare, inventato anche rispetto
alla stessa denominazione cromatica: insomma un rosso che non
è proprio rosso, un verde non proprio verde, ma sono qualcosa
di più e diverso, neppure simbolicamente legati alla figurazione,
un colore in piena libertà.
Appare del tutto inspiegabile, poiché appartiene all'essenza
stessa della pittura, che con questo colore Mazzieri riesca a
dare maggiore evidenza alla qualità delle figure e degli
oggetti, li identifichi meglio, nell'anima loro, e accresca vieppiù
l'empito già prorompente delle sue immagini, ne connoti
meglio l'espressività, ne faciliti l'accostamento su piani
differenziati di cultura e di gusto. Le sue scelte ripropongono
la problematica pittorica partendo dalla base e nell'ambito che
le è proprio.
Mazzieri ha lavorato intensamente anche nel campo grafico con
grande dovizia di disegni, pure come litografo e incisore. La
materia meriterebbe un discorso a parte. Ma almeno un'osservazione
dev'essere formulata preliminarmente, e cioè che gran parte
dei suoi lavori a stampa sono stati poi colorati manualmente.
Non è un appunto secondario poiché dimostra come
l'artista senta indispensabile l'apporto cromatico nell'espressione
del proprio sentimento, come se il disegno per suo conto fosse
insufficiente a produrre il senso dell'immagine. Infatti nei disegni
di Mazzieri è evidentissima la spoglia consistenza sintetica
del segno, ma fortemente demarcato, sicuro, fluido e corrente
al punto che veder disegnare l'artista costituisce un'esperienza
di puro godimento ritmico anche per la gestualità che fa
apparire l'immagine come fluisse da una forza misteriosa, per
la quale la mano dell'autore è solo un veicolo di passaggio,
senza premeditazione. Mazzieri rifugge da qualsiasi artificio
chiaroscurale, si limita al percorso netto del profilo. Osservare
il disegno è fondamentale per denotare una delle caratteristiche
più evidenti nella sua figurazione, e dunque nella sua
pittura, e cioè l'assenza, o quanto meno la rarefazione
drastica, delle linee rette. La persuasività della linea
curva costituisce, infatti, il punto nevralgico dell'attrazione
per l'inclita e il volgo verso le sue drammatiche figurazioni
che ragionevolmente dovrebbero, invece, suscitare ben altre reazioni.
Qui sovviene la maliziosità della figurazione disneyana
i cui personaggi, nel mondo del "Comicdom" e del cinema
d'animazione, sono stati deliberatamente progettati esasperando
le caratteristiche morfologiche circolari e sferiche; ma nelle
macerate, sofferenti, meditazioni di questo pittore, ovviamente,
manca simile premeditazione capziosa. Si tratta di un aspetto
che - già nell'embrione segnico - testimonia la gentilezza,
la mancanza di aggressività, nella malinconia contemplativa
eppure così "fisica" e carnale delle sue immagini.
Simbolismo sistematico
È tipico il simbolismo sistematico di Mazzieri, perché
gli stessi simboli tornano, col medesimo significato in molte
opere, (Il concetto è espresso da Herbert Read, in Arte
e alienazione, Mazzotta, Milano, 1969, a proposito di Hieronimus
Bosch). Si può aggiungere anche un'altra osservazione readiana,
e cioè che i personaggi del pavullese non rappresentano
delle individualità, ma dei tipi; infatti se classificazioni
possono risultare discutibili, una cosa è certa: si tratta
di un pittore simbolista. Per comprendere il messaggio si deve
individuare il valore di questi simboli che costituiscono l'indispensabile
filo di Arianna nella lettura dei significati. Non è un
artista "contro" bensì contrariato dalla difficoltà
del convivere col reale quotidiano, un sognatore che si sente
disturbato da tutto ciò che lo trae o lo distrae dal suo
mondo poetico: ciò dà forte consistenza al fascino
dei suoi dipinti che vengono recepiti come immagini integralmente
concentrate sull'emozione. "È possibile superare i
limiti della natura, lacerare l'involucro ottuso che ci assedia,
proiettare le proprie aspirazioni in modo esplosivo nel circostante
sino a modificarlo ed assoggettarlo alla nostra immaginazione,
in modi diversi. Tentando l'evasione, provocando cioè un
cuscinetto di vuoto tra l'io presente e l'io in fuga, anzi transfuga
in altre creature dell'immaginazione o della storia (...). Ma
superare i limiti della natura significa anche superare il suo
"presente" e superare il concetto di individuo, proprio
per ritrovarlo più autentico nel dialogo e nella comunicazione".
Si potrebbe dire che queste parole di Luigi Carluccio (Il sacro
e il profano nell'arte dei Simbolisti, Torino, 1969, p.XVIII)
siano state scritte per Mazzieri negli anni in cui si è
confermata la sua personalità pittorica.
Ma per ottenere questo occorrono delle armi efficienti, ben oliate,
collaudate, da usare praticamente. Mazzieri ha dunque, elaborato
queste armi-immagine costituite da idee tornanti, figurazioni
a effetto determinato, e sono fatte pure di colori evocativi e
suggestivi che definiscono la propria funzione sulle basi empatica
e simpatica così da dimostrare finalità esplicite,
inequivocabili. Icone e colori simbolici, appunto, da riprodurre
all'occorrenza ben conoscendone il funzionamento e l'efficienza.
Li vediamo costantemente tornare, a cicli, a periodi, e li riconosciamo
benché siano a volte nascosti o mimetizzati.
Se pensiamo ad alcuni esempi surrealisti: (Dalì, Magritte)
nei cui dipinti il continuo smontare e rimontare gli ingredienti
figurali
della
propria immaginazione adombra un'operazione addizionale nella
quale l'inversione analogica e la suddivisione delle cifre addende
dà alla somma lo stesso risultato. Questo procedimento
reifica volutamente ogni elemento dell'immagine riducendolo ad
un medesimo valore emblematico: è la diversa associazione,
la diversa successione, a suggerire letture differenziate, ma
il senso oggettuale di ogni elemento, il significato, non cambiano.
In Mazzieri, invece, anche quando si ripropongono i personaggi
o gli oggetti già visti, cambia ogni relazione tra loro.
È raro che svolgano un ruolo già recitato. Un esempio:
la figura che sovente ricompare nei suoi dipinti, il caprone,
ha di volta in volta assunto ruoli differenti: da cinico scorridore
impietoso a saggio consigliere (si vedano in sequenza: "La
notte segue ansimando nera"; "Grigie
fantasie di un cavaliere notturno"; "Il signor Kafka"; "Le nuvole respirano con rigore";
"Le ceramiche profonde del desiderio", tutte
del 1970). Così il cane-gatto che appare tra il '70 e il
'72, trasformandosi in gatto-cane, passa da guardiano e custode,
con il peso di responsabilità - castello sulla groppa ("Dove
rifugia il mio pensiero", 1970; "Una coda di
piombo e di piume", 1970; "Teatrino del gatto
paesano", 1972) a testimone d'incontri amorosi clandestini
("Travestito perché i serpenti non parlassero",
1971), dove il gatto, mascherato da gatta, tenta di sollevare
il peso della casa e dell'esperienza dalla spalle, incontrando
una compagna, mentre è osservato da altri gatti attenti
e alberi oculati. È evidente che nella sua pittura non
c'è alcun rapporto con l'irrazionale surrealista benché
alcuni caratteristici ingredienti dell'immaginario surreale -
quali l'onirico, il macabro, l'erotico - siano presenti.
Mostri domestici
Il mostruoso che in pittura si correla quasi sempre al fantastico
ed al meraviglioso è spesso rappresentato - come nell'opera
di Mazzieri - da raffigurazioni esemplari, del disordine naturale,
della libertà erotica, e prevalenza dei sensi sulla ragione,
incontrollabilità e forza misteriosa degli istinti. Il
gigantismo e l'iperbole, che tanto spesso ricorrono nei suoi dipinti,
si conformano ad un'idea del mostruoso che, proprio per la sua
valenza erotica, è in stretto rapporto con la natura e
l'umano. A questo proposito è appena il caso di rilevare
che il mostruoso essendo eccezione al "normale", fa
parte della natura ed in quanto meraviglia di essa ne conferma
ogni possibile casualità come possibilità insita,
partecipe al margine dell'entità intera. Nelle immagini
di Mazzieri il teratologico ha dunque una funzione dimostrativa,
esemplificante, della liberazione istintuale, risalendo alle origini
del rapporto tra l'umano ed il naturale, erotico nel più
antico senso del termine. Il pittore pavullese si muove in questa
sua realtà fantastica a proprio agio, si ritrova e si raffigura
in essa, nella naturalità del mostruoso. "La vita
non trasgredisce né le proprie leggi né i piani
che regolano le strutture" scrive Georges Canguilhelm ("La
mostruosità e il portentoso", in "La conoscenza
della vita", Bologna, 1976). "In essa gli accidenti
non sono delle eccezioni, e nelle mostruosità non c'è
niente di prodigioso. Nella natura non esistono eccezioni, dice
il taratologo all'epoca di una teratologia positiva. Tuttavia
questa formula positivista, che definisce il mondo come un sistema
di leggi, dimentica che la sua formula acquista significato concreto
solo in rapporto al significato di una massima opposta, massima
che la scienza esclude ma che l'immaginazione applica: la massima
che fa nascere l'anticosmo, il caos delle eccezioni senza leggi.
Questo antimondo, quando viene visto dal lato di coloro che, dopo
averlo creato, lo frequentano, credendo che in esso eccezionalmente
tutto sia possibile - dimenticando da parte loro che soltanto
le leggi permettono le eccezioni - tale antimondo è il
mondo immaginario, l'oscura vertigine del mostruoso". E i
mostri di Mazzieri nascono da se medesimi, proliferando da un
unico ceppo, invertendosi e capovolgendosi, unendosi, ed è
nel naturale del suo antimondo - il quale esiste solo in funzione
del "vero mondo" - che egli può raffigurarsi
come un caprone mentre conversa con un simile di diverso colore
("Tra i sassi rotondi e levigati", 1970) o far
del suo cane una cavalcatura con ali e testa d'uccello perché
senta meno il peso del cavaliere e volare, semmai, nel cielo dove
si allineano nuvole di pane, o dove l'animale, acquistato un saggio
volto umano, con l'abbraccio delle zampe-mani anteriori protegge
la casa-cassone dove sta la figlioletta coi suoi giochi e la luna
verde della speranza sembra lo spicchio di un frutto succoso ("Ricordo
un viso per dipingere tulipani", 1977).
Chi osserva le positure dei personaggi nelle complesse figurazioni
di questo pittore incontra più spesso, come già
detto, tipi che si tengono il capo in atteggiamento pensoso, mentre
altre lo appoggiano sulle braccia incrociate. Sono atteggiamenti
di chi è assorto in profondi pensieri solitari, o viaggia
con la fantasia, oppure immagina e sogna. Quanto accade intorno
a loro potrebbe esser considerato come la manifestazione visibile
di quei pensieri, di quei sogni. Sono personaggi che vivono nel
paesaggio e tra la figura e le forme della propria immaginazione,
non meno reali per chi le ha sognate, spettatore del proprio immaginario,
consapevole più della realtà del sogno che del reale
tangibile, come invertendo l'allocuzione di Calderòn. "Il
sogno è vita", tra simboli dell'isolamento e dell'infinito,
dell'intimo, quali la chiocciola, l'uovo e la lacrima.
Mazzieri trasforma ogni minimo avvenimento della vita sensibile
o spirituale (un racconto trovato, uno sguardo, un incontro casuale,
il significato d'una relazione, un'osservazione astrusa, un'emozione,
l'esito di una conversazione) in un'immagine turgida ed inquietante,
bretonianamente "convulsiva", con un procedimento che
è il marchio del vero pittore visionario. Si tratta spesso
di storie d'aggressioni, raramente d'aggressione fisica, di sortilegi,
colloqui con animali, o con i fatti della storia dell'Alto Medioevo
(tempi mitici); paure come il timore per la Città, vista
come un monolito sfaccettato ed impenetrabile, distante, e dalla
quale sortono mostri ringhianti od in attesa dell'incauto viandante
("Un giro assente di orbite nere", 1970; "Sulla
strada levigata dell'Oriente", 1972) al quale si fanno
incontro, talora, diafane sirene di eguale sostanza della Città
("Le farfalle trascurate sulla porta", 1971)
o come un misterioso agglomerato muto, minaccioso ed incomprensibile
("La luna sulla spada del minareto", 1970). Il
meccanismo mediante il quale nascono queste visioni trae origine
costantemente dal rapporto solitario ed empatico di Mazzieri con
le cose e gli animali, con i quali da ragazzo credeva di poter
parlare,
coltivato nell'infanzia tra le mura di sasso della casa natale
persa tra i monti del Frignano. È un meccanismo, apparentemente
semplice, che scatena lancinanti visioni. Ad esempio: quanta pazienza
e quanta sofferenza deve sopportare il cavallo per il continuo
assalto del tafano? Ed ecco l'immagine di un cavallo spolpato,
corroso, sfiancato, che porta sulla groppa, come un peso immane,
un enorme insetto sanguinario, incastrato nella sua carne, come
una gemma luccicante in un legno tarlato. ("Il ronzare
del tafano", 1968). In una successiva versione l'immagine
può assumere un altro valore in relazione alla personale
esperienza dell'artista ("I poeti distruggono i monumenti
che graffiano le nuvole", 1969).
Si tratta spesso, dunque, di una esasperazione iperbolica, la
magniloquente espressione di minimi accadimenti, pensieri peregrini,
illustrazioni dell'impercettibile e del casuale; operazioni meditative,
comunque, come suggerisce la reiterata presenza dei personaggi
pensierosi. La qualità del "Fantastico Mazzieri"
è dunque d'ordine intimistico.
È probabile che oggi, più che nei tempi precedenti,
la maggiore difficoltà per un artista consista nel riuscire
a individuare, e poi a determinare, un sistema logico per una
personale espressione poetica che lo possa rappresentare in modo
universale. Molti tentano di ottenerlo proponendosi un'immagine
monotematica; altri elaborano processi figurali condizionati a
speciali qualità tecniche; altri ancora riproducono all'infinito
una stessa emozione, o s'inquadrano tra i militanti di congiunturali
teorie del pensiero estetico moderno; ma sono possibili mille
altri modi ancora. Inoltre, finalmente, si è giunti ad
ammettere come altrettanto efficace una soluzione ottenuta mediante
più logiche: l'eclettismo non desta più scandalo
e rifiuto da parte della critica, né tantomeno da parte
del pubblico. Eppure, con simile sterminato campo aperto di possibilità,
rimane principale ardua incognita, che si deve risolvere ogni
volta poiché problema individuale e perciò si rinnova
tante volte per quanti individui se lo pongano, ciascuno a suo
modo, è il far coincidere arte e vita. Walter Mazzieri
vi è riuscito esplorando i contorni del proprio dilemma
mediante una sola logica, seguita coerentemente. È un pittore
unico, diverso, autonomo, che attua una circolarità tra
esperienza e poesia, afferma la vitalità dei sentimenti,
insegue la moderna aspirazione all'armonia dell'uomo con se stesso.
|
|
antologia critica | walter mac mazzieri | |||