Percorso Artistico

L’ESPLORATORE MISTICO DELLA NOTTE
di Michele Fuoco

 

La pittura di Walter Mac Mazzieri assomma quelle componenti che consentono di definire “fantastica” la sua esperienza artistica. Occorre aggiungere subito che non risultano persuasive le ipotesi di un surrealismo specifico, anche se i termini formali dell’artista possono, almeno in parte, far pensare a certi aspetti di quel movimento che ha avuto origine e sviluppo in Francia.
Infatti tutta la sua opera vive profondamente il rapporto con il vissuto, con la realtà, con l’esperienza formata sulle cose delle vita e della storia. “Sia come sia, io dipingo – rivela l’artista pavullese a Enzo Fabiani, nel corso dell’intervista pubblicata sul settimanale “Gente”, il 6 luglio 1970 – quello che ho visto e amato: animali e contadini e cerco di immergerli, da dominatori però, in un’atmosfera di sogno e di leggenda: molto simile allo stato d’animo che nasceva in me quando ascoltavo le favole e le leggende. E questo lato rievocativo si è sviluppato quando è intervenuta la nostalgia per quel mondo così straordinario. Certo, a pensarci bene i miei quadri possono apparire conturbanti, a volte anche sgradevoli: ma basta ascoltarsi e guardarsi dentro per sentire che in noi c’è, volere o no, qualcosa di straordinario, di fantastico, di ambiguo, di angoscioso, di onirico; dominato, tuttavia, da una immagine centrale, da una forza che ci impedisce di naufragare nel terrore. Forza che è fede nell’uomo, amore per la natura, capacità di intuire quel che avviene, o avverrà, nella “regione sconosciuta”, di shakespeariana memoria”.
Il tempo delle prime scoperte e il desiderio di avventura si manifestano nelle prove degli anni Sessanta, con l’Autoritratto (1963) in cui Mazzieri, allora sedicenne, sembra verificare la capacità non solo di rappresentare se stesso con la tavolozza in mano, ma anche di riscontrare l’adeguatezza dei mezzi espressivi per poter proseguire con fiducia sul cammino dell’arte. E’ l’inizio della pratica di una pittura che ama aderire, in una ristretta gamma di colori, al “piccolo” mondo dell’artista e si caratterizza per una piacevole vena ritrattistica, con una affettuosa scena di vita domestica, come Le cucitrici (1964), in cui la naturalezza dei gesti si unisce alla dolce pensosità della fanciulla e al “dubbioso” e compiaciuto sorriso della madre; con un quadro di acuto e ironico realismo, come Le bigotte (1966) sui cui visi è quasi impressa la perfidia dei loro pensieri e pettegolezzi, in netto contrasto con la preghiera nella quale esse sono apparentemente impegnate.
La dichiarazione d’amore per la gente e i luoghi della sua infanzia coinvolge anche cose e animali che Mai vidi nell’iride vostra azzurra l’infinito farsi grigio (1968) mette in luce con una soave figura contemplativa in cui si avvera una misura positiva del ricordo e della nostalgia. Dischiude magici momenti dell’infanzia anche Una sfera di sole si è perduta senza lucciole per la sera (1969) che si delinea, con animali di presenza inquietante, quasi da incubo, su coordinate fantastiche. Mazzieri è in grado di conferire una nuova verginità alle sue creature, perché sa stupirsi di fronte a ciò che contempla con animo poetico, anche quando traduce, in una figurazione tenera e violenta allo stesso tempo, immagini di realtà lontane (Gli occhi dei beduini hanno forato le montagne del deserto; A Banja Luka ci hanno svegliato le colombe) che avventurosi viaggi hanno portato a vivere con intensa partecipazione. Il richiamo al meraviglioso si rivela, tra ingenuità e tenerezza, anche in Le città hanno regalato la piazza alla luna (1970), dove due amanti avvertono il disagio di essere osservati da uomini dalle sembianze di grandi uccelli.
L’artista accarezza sulla tela ancora figure strappate al tesoro dell’infanzia. Nella sua memoria ogni forma, ogni colore diventa una nota di accordo di bellezza, un elemento di estasi e di passione, un linguaggio fatto di corrispondenze e di fantastiche alchimie compositive, di sottile ironia, che La miracolata (1972) sottende in un registro intelligentemente giocato su forme concluse, intimamente correlate e funzionali ad un progetto complessivo che Mazzieri ha ideato per inserire in un quadrato una maestosa figura, di sottile fascino e di trascesa contemplazione, avente le stesse dimensioni.
Dolci e tristi pensieri insorgono dalla profondità della coscienza e lo sorprendono nella sua viva capacità di mescolare alla favola la realtà del vivere quotidiano di un tempo passato. Permane il ricordo del suo colloquio, unico e continuo, con gli animali, perché una vita di stenti e di lavoro, spesso senza i frutti sperati, aveva reso quei pochi contadini, che abitavano precarie case di legno e di pietra, avari di parole. Dei contadini Mazzieri rappresenterà nei suoi dipinti le ruvide mani, rese forti e gonfie dalla fatica quotidiana. Nella dimensione del ricordo tutto assume un accento monumentale, sia di esaltazione che di rinnovata angoscia. Dal mondo agreste, dove la penosa condizione dei lavoratori della terra è cifra di perenne sacrificio e di una condizione storica di alta dignità umana, Mazzieri trarrà linfa per le sue invenzioni, dove campeggiano quei mostri giganteschi che il poeta Vico Faggi definisce, in “Quaderni Liguri di Cultura” (settembre 1972), “malinconici e solitari, segnati nella loro epidermide rugosa dagli urti impercettibili, ma assidui di un tempo senza memoria, chiusi nella loro irrimediabile diversità, piegati ad una tristezza che si è fatta misteriosa dalla siderale distanza delle sue origini…”. Il recupero di quella realtà trova una strutturazione compositiva ritagliata nella forte robustezza dell’impianto, nella dilatazione di figure e di luoghi di cui l’artista cerca di rinnovare la loro dura ed inviolabile esistenza. La pittura diventa forma di conoscenza, partendo da una memoria che si deforma per comunicare un contenuto altrettanto insolito, imprevisto, emblematico dell’infanzia che Mazzieri indagherà anche ne Il Signor Kafka (1970) che reca l’ambiguità del ritratto del caprone-uomo o dell’uomo-caprone. C’è il drammatico ricordo di questo animale che uccide una bambina, quando l’artista aveva pochi anni. Una figura di angoscia, di assurdità (da qui il titolo che fa riferimento allo scrittore ceco) che la tradizione cattolica vede come animale della tentazione, una sorta di diavolo, con le corna di conchiglie, e che si trova su absidi, colonne di pievi romaniche, sulle facciate di costruzioni bizantine.
Da una pittura che amalgama il familiare e l’insolito, il quotidiano e lo straordinario, il tragico e l’ironia nasce il quadro Grigie fantasie di un cavaliere notturno (1970) che, nella sconcertante deformazione, raggiunge un alto potenziale immaginifico. A dilatabilità favolistica, con elementi simbolici, perviene anche l’opera dal titolo Nella mano degli imperatori continua a fiorire il garofano rosso del soldati (1971) che afferma il dominio dell’uomo sull’animale (il cavallo diventa umile e assume l’aspetto di un passero), facendone un servitore della propria potenza espressa da una conchiglia che a mo’ di mitria è sulla sua testa e da un animale vivo di cui si serve come mantello. Il richiamo al meraviglioso, che Mazzieri è capace di scoprire in ogni cosa, non teme l’esuberanza delle forme, creando dei personaggi insoliti La luna raccoglie ferite di verderame (1971), che rispecchiano in sé la malinconia dell’universo e non escludono le tenerezze del cuore.
I suoi mostri dal “volto umano” sono sempre in costante tensione dialettica con la realtà del mondo contemporaneo, recano esperienze della vita dell’autore, radici di luoghi di miseria, relazioni con l’immaginario popolare, antiche suggestioni di una condizione disagiata della gente del Frignano.

Quel senso profondo di mestizia è accentuato dalla potenza espressiva delle forme di mostri inoffensivi, quasi assorti in una nostalgica meditazione. Infatti l’artista sembra deflagrare lo spessore realistico delle figure della quotidianità, attraverso un rovesciamento e una dilatazione delle proporzioni, una violazione dei rapporti delle forme fisiche, di posizione e illuminazione, introducendoci nel cuore di una seconda figurazione, quella onirica, per un viaggio in fondo allo “sconosciuto” dell’essere umano. Le strategie formali non sembrano, quindi, essere diverse da quelle del surrealismo. In verità, dal surrealismo Mazzieri attinge, per via di una intelligenza vigile, non il concetto di “automatismo puro”, ma l’esperienza di libertà e di liberazione, accedendo ad una nuova forma di conoscenza con una lucida analisi di ciò che si avvera nel subconscio, nella “vertigine” lenta che gli viene dall’amore per la sua terra, avvolgendo i fatti in un alone di leggenda, come fossero vissuti in un epico sogno, coltivato tra le cose e non oltre le cose. Ma se l’ispirazione non è da ricercare nelle regione inquietante dell’arbitrio e del caso, essa non è da collocare nemmeno nella regione della logica. E’ la distanza affettiva delle cose e il ricordo dei momenti favolosi del passato a rinviare, d’incanto, la pittura ad una misura fantastica. E quanto più quella realtà è lontana, tanto più si fa viva la forza di quel mondo di illusioni e di idealità che finiscono con l’assumere il senso e la consistenza di una non meno viva e determinante figurazione visionaria.
donnaLe strane ed ibride figure, che troviamo nell’opera di Mazzieri, non hanno, quindi, nulla di allucinante o di paranoico, perché il racconto è strutturato come una favola, con elementi attinti liberamente alla tradizione locale e regionale, a figure dell’arte orientale ed egizia, alla mitologia, alla pittura e scultura di matrice emiliana, al romanico di chiese del Frignano e del Duomo di Modena, al classicismo e al barocco. A quella ricca cultura figurativa alla quale Mazzieri, da buon artista “ispirato”, ha voluto formarsi, a costo di gravi sacrifici, non sui banchi di scuola, ma nei musei del mondo, affrontando, da giovane, una vita da bohémien, tanto da meritare il titolo di “monello della pittura”.
La sua opera ha, quindi, radici antiche, si apre al respiro della grande arte. “Sulla sua pittura può incrociarsi – nota Giancarlo Vigorelli (catalogo della personale alla Galleria Levi di Milano, marzo 1974) – il nome di Bruegel o di Bosch, di Goya o di Blake, o magari di qualche surrealista da Max Ernst a Dalì, da Bauner a Mayo”. Inoltre non sono da trascurare certe componenti che nell’opera di Mazzieri posono richiamare aspetti del simbolismo, tanto che Fabiani cita Gustave Moreau e Odilon Redon. E’ vero che l’impianto si avvale di procedimenti stilistici che la tradizione del genere fantastico ha utilizzato, ma il mito della bellezza femminile che l’artista connota di richiami erotici, le figure del mondo mitico, l’inclinazione a rappresentare, in modo totale e nelle loro corrispondenze, il vissuto, il sognato e il pensato, l’attenzione prestata al senso misterioso della vita toccano i domìni del simbolismo, anche se Mazzieri ne ha piegate le risultanze ad un’arte suggestiva ed incantatoria.
Nell’esame dell’opera del pavullese molti critici hanno trovato delle “affinità” più o meno palesi con il lavoro di altri famosi artisti. Enrico Crispolti, nella prefazione alla monografia “Walter Mac Mazzieri” (Artioli Editore, Modena, 1971), rintraccia una “sconcertante parentela con i “messicani”, con un certo proiettare ad eroico visionario il quotidiano rurale, “campesino”, di Orozco e di Rivera”. Si sono fatti anche i nomi dei pittori portati al gigantismo delle figure, da Siqueiros a Savinio, ma pure il nome di Magritte, con i paradossi logici, con le operazioni di smontaggio e rimontaggio degli ingredienti figurali della sua immaginazione. “Ma il suo museo – nota Renzo Margonari (monografia per la mostra antologica al Palazzo Ducale di Pavullo, luglio-ottobre 1987) – ha risvegliato in Mazzieri soprattutto la sua natura emiliana e spesso, osservando il suo istintivo comporre a larghe masse, le accensioni di luce che attizzano bagliori emergenti dal caldo colore dei suoi dipinti, il pensiero corre per analogia ai macchinari figurativi guercineschi, all’epoca carraccesca, nella quale l’estenuata eleganza del Parmigianino convive con la rustica quotidianità di Annibale: in quell’epoca l’invenzione del colore corse alla pari coi supremi equilibri della composizione rinascimentale. Fu quell’arte prevalentemente di ispirazione religiosa e, secondariamente, mitologica. Ed è proprio perché le figure di Mazzieri si manifestano con una pagana sacralità che troviamo leciti simili pensieri sul suo lavoro”. All’interno di una capacità inventiva che privilegia criteri ed operazioni di stravolgimento, l’artista aspira, quindi, a rivivere quel culto di valori propri della tradizione più autentica.

La varietà dei registri espressivi, talvolta anche simultanei, fa la ricchezza e l’originalità della sua pittura che in La pallida realtà di statue greche (1970) evidenzia il gusto per la nobile tradizione di una civiltà che ha saputo affermare anche l’idea del carattere aristocratico dell’arte; e ne Il cancello rosa (1972) trova una inedita costruzione, con visi di malinconia e di solitudine che guardano attoniti un mondo pieno di minacce dal quale sembrano prendere le dovute distanze.
Approfondendo il solco dell’eredità padana dell’arte di Mazzieri, Vigorelli ricorda che “non è sbagliato immaginare che nei primi anni doveva essergli restata negli occhi qualche pittura o scultura romanica o gotica di quella sua terra: oppure, se anche la sua memoria non è stata scossa da quegli incontri e ricordi, è nel sangue che egli ha per remote eredità le ombre dell’Antelami o di Wiligelmo: il suo bestiario viene da quel medioevo domestico, di generazione in generazione”. E’ come affermare che il museo autentico è la sua terra, con la sua arte, la sua storia, la sua cultura anche contadina che l’artista organizza in una luce privilegiata, in episodi figurativi di amorevole ricognizione immaginativa. Lo dice a chiare lettere l’opera Una rondine di fiato (1977) che, pur privilegiando una narrazione sul registro poetico con il bambino che aiuta la rondine a spiccare il volo, sognando i poter fare altrettanto, riporta in particolare evidenza la millenaria Chiesa di Renno che l’artista propone nella sua razionale ed essenziale costruzione attraverso un disegno preciso ed abilissimo e una composta sensibilità cromatica. Un occhio vigile che spia sulle vicende umane sembra godere dell’ambiguità dei suoi poteri. Ad una lineare architettura di un ambiente povero rimanda il quadro Alle mie coperte d’ombra (1977) che esalta, con accostamenti di umile e di sublime, di surreale e di reale, momenti di quiete di un uomo confortato, nella notte senza rumori, da un spettacolo della natura da godere attraverso la finestra.
macallavoroveneziaNon sono estranei ai fattori che hanno influenzato la sua pittura anche “parecchi risvolti letterari dove – sostiene Luigi Cavallo (catalogo della mostra alla Galerie Motte di Ginevra, maggio 1973) – la dissacrazione ha un ruolo primario, da Hoffmann a Kafka, da Lautréamont a Poe, a Strindberg…”, con il mistero delle loro invenzioni, sempre più lievi, assurde, irreali. Ma c’è anche una particolare attenzione per la poesia di Baudelaire che, creando uno stato di sensibilità e dando nascita e colorazione al sogno, lascia tante porte aperte al mistero; per la poesia di Aragon che canta la magia dell’amore, gli incanti e le metamorfosi della natura, degli esseri e delle cose; e, in particolare per l’opera di Buzzati che afferma le forme tradizionali del fiabesco, un mondo infantile sentito in armonia con le presenze naturali, nonché fantasmi di coraggio e di destino, di vita e di morte. Ed è necessario ricordare come sia stato proprio Buzzati uno dei primi esegeti dell’opera di Mazzieri, quando, il 26 ottobre 1971, sul “Corriere della Sera” parla di “un volto soave che andrebbe bene come un modello per un Cristo, incorniciato da una esagerata chioma bionda e da un’altrettanta barbettina alla Abramo Lincoln. Altrettanta dolcezza, e timidezza, nel suo modo di fare; contrastanti con i suoi quadri dove si contorcono, gemono, si stringono disperatamente la testa tra le mani degli esseri da favola, nerboruti e nocchiuti, che sembrano usciti da una rupestre saga messicana e invece sono scaturiti dai montanari dell’Appennino modenese”. Sostenuto da uno straordinario senso della cultura, Mazzieri ha sempre letto molto e ha anche scritto poesie pubblicate, nel 1983, nel volumetto “…. Domani aprirò le nuvole raccolte”, edito da Il Bulino, scoprendo segrete analogie, porte di comunicazione tra i diversi aspetti del sapere. La poesia sembra sposare le stesse immagini della sua pittura, procedendo quasi di pari passo nel solco dell’esplorazione dello sconosciuto. Questa pluralità di aspetti converge in un eclettismo e singolare immaginismo con il quale l’arte riesce a dare, con dignità e fermezza, un quadro dell’unità epica dell’uomo e delle cose, un tracciato autobiografico in un recupero memoriale dei tempi magici dell’infazia, riuscendo a tramare in un’analitica rievocazione una figura elegiaca dai toni squisiti.

I suoi dipinti riconducono ai desideri di un’anima ardente e sognatrice, alle scoperte di gioventù e a tutte le irripetibili esperienze di una sublime vocazione artistica. In esso vivono il fantastico soggettivo e l’anima collettiva della sua gente e persino l’erotismo che è eccitazione di sensi e capacità di sentimenti, di esperienze febbrili maturate in seno ad una natura primitiva e sanguigna, come quella montanara. Un erotismo che è anche il piacere di un gioco continuo di richiami a cose dense di vibrazioni, un recupero di fisicità di rapporto dell’artista con le radici popolari, “barbariche” e pittoresche della sua terra. E l’illuminazione visionaria scoppia improvvisa tra queste stimolanti sensazioni espresse da forme falliche con le quali l’artista traduce elementi del regno vegetale e animale, come evidenziano Il teatrino del flauto nano (1972) e soprattutto Il teatrino del desiderio antico (1974), dove la figura fallica acquista una tale autonomia da trasformarsi in una sorta di centuaro e gli elementi erotici si rivelano anche attraverso particolari cromatismi (il rosa, il violaceo, i colori caldi). Nella rivendicazione dell’esperienza amorosa si svolge anche Garbo di neve (1972), dove l’innocenza della fanciulla racchiude desideri di colpa e di peccato, durante la “tentazione” dell'”uomo-mostro”. L’opera, che si rifà alla canzone Gioco di bimba, sarà la copertina di Uomo di pezza, un LP con il quale il già allora noto complesso Le Orme aumenterà, negli anni Settanta, la sua fama. L’amore è la forma di sentimento che meglio riassume la pienezza della vita, anche quando assume coordinate familiari ed è rivolto verso la figlia Melania (1979), dove la bellezza si confonde con l’innocenza. Melania è una primavera, una fanciulla solare con i simboli della vita: il fiore che versa una goccia, la colomba della pace, un ragazzino su cui incombe una luna a forma di mela (il senso del peccato). Se il viso diventa un sole, la parte inferiore della figura assume l’aspetto di una montagna con un chiaro riferimento geografico alla terra d’origine dell’autore.
E’ sempre la realtà del Frignano ad essere collocata in una zona di surreale lontananza. La vita del tempo reale viene trasferita con piena consapevolezza nel tempo fittizio del sogno, dove è possibile abbandonarsi alle tenerezze liriche, alle memorie. Temi del passato si intrecciano con il soggettivo delle radici dell’artista; la favola e l’illusione sposano la crudeltà della realtà che viene deformata in una struttura fantastica. Le energie mai sopite aspirano alla conquista di spazi ad alto potenziale immaginifico anche nel periodo in cui la felicità e la naturalezza delle sue invenzioni si misurano con le bellezze di Venezia, dove Mazzieri vive per circa due anni, a partire da giugno 1984. E questa “fuga” nella città lagunare sembra essere annunciata, un anno prima, dall’opera Con una lepre nel cuore i cui colori azzurri si fanno epifania di una psicologia inquieta, che si tormenta fra sogni e misteri, e riflettono l’aspirazione ad un nuovo corso creativo.
C’è il desiderio di riscoprire il mistero che Venezia contiene. L’immaginazione dell’artista cerca e trova modelli esemplari nelle architetture e nelle opere d’arte della città. Ma Mazzieri non ricorre ad un puro “citazionismo”, imperante in quegli anni, come dimostra anche la Biennale del 1984. La rivisitazione del ricco patrimonio culturale ed artistico di Venezia avviene non sotto forma di analisi concettuale, ma nell’incontro tra coscienza e fantasia, in forme, che mai sottratte alla misura, sconfinano anche in accostamenti azzardati, in significati simbolici, in una sorta di ironico stupore. Le figure, poste in riconoscibili scorci urbani, sono più vicine alla realtà di tutti i giorni, hanno una misura più dell’umano che del “mostruoso”, vengono guardate come da un punto di vista di superiore saggezza.Il suo stile si sofferna con maggiore partecipazione su questi personaggi e sugli ambienti, riportati ad un’armoniosa morbidezza d’insieme, ad una visione più umana, ad un realismo visionario atteggiato a coloriture estremamente quotidiane, a tenerissime malinconie, quelle dell’artista che sembra avere profonda nostalgia della sua terra natale e si immedesima in una figura che, nella sua cosciente condizione di solitudine a Venezia (Laguna di miele), riesce a trasmettere la profonda semplicità delle emozioni elementari, il senso di abbandono ai dolci pensieri d’amore coltivati nella sua terra natale, ai sentimenti che informano i ricordi, le sensazioni più profonde ed irripetibili. Ma i luoghi veneziani invitano a sognare e Mazzieri si nutre di emozioni, di situazioni eccezionali, elette, affidando a Tua figlia la luna (1984) il senso di rivelazione nella donna ideale che si manifesta con tutti i suoi incanti, riassumendo in sé l’armonia della natura e del firmamento. Con una costante esplorazione della realtà che lo circonda, l’artista matura un’attenzione privilegiata a personaggi e a monumenti (La ragazza della salute; La ragazza della Giudecca, 1985), stabilendo una trama di relazioni tra immagini sottratte al peso della contingenza e trovando nella violazione di rapporti di grandezza e di posizione mac1995(la chiesa sul capo della giovane) uno stato di stupefazione al quale solo le creature angeliche possono approdare. La realtà veneziana diventa luogo dell’immaginario ed è tradotta con tanta cura da serbare quasi il colore originario del sogno, come mette in luce La notte dell’angelo tentatore (1985). Esploratore mistico della notte, Mazzieri costruisce un’ampia scenografia i cui protagonisti sono le statue che si muovono su costruzioni di architettura gotica e bizantina, diventano vive: la Madonna con il bambino, alquanto irriverente, che gioca a fare le luci notturne e viene tentato da un angelo con un serpente in mano. Anche i dipinti di questo periodo (su questo sito è possibile consultare l’apposito capitolo, “Laguna di miele”, riguardante le opere veneziane) non cessano di manifestare l’inesauribile libertà immaginativa dell’artista, capace di fondere, in un magico gioco, l’apparenza e la realtà, il vero e l’illusorio. Così Sulle onde ricamate della memoria (1985-1991) è ancora la laguna teatro di immagini di fecondità poetica, con figure di grazia che guardano con stupore la luna che, riflessa nell’acqua, rivela gli aspetti bizantini della cattedrale. Toni contemplativi e lirici presiedono alla creazione del Canzoniere notturno (1985-1992), con la luna che, impegnata in una quasi romantica passeggiata in gondola, si solleva ad esiti di fascinosa magia e di segreta emozionalità.
La produzione della seconda metà degli anni Novanta è dedicata allo scultore Raffaele Biolchini. Un omaggio all’amico più caro, morto nel 1994, all’età di 48 anni, che ha determinato, un anno dopo, una mostra presso “Melania Arte” di Pavullo. Mazzieri aveva affrontato con Biolchini le avventure più straordinarie attraverso le città del mondo per visitare musei e gallerie d’arte. Con lui aveva condiviso esperienze creative e umane. Insieme avevano coltivato sogni di artisti per trovare spazio in un campo difficile, come quello della pittura e della scultura. Nel tempo si erano sempre più rinsaldati i vincoli di fraterna amicizia, per cui il rapporto tra i due artisti era diventato continuo, quotidiano, familiare. Su questa singolare vicenda umana ed artistica trovano fondamento, come affettuosa ed analitica rievocazione, disegni (oltre 100) e dipinti, in cui rivivono le figure di sogno di Mazzieri e gli alfabeti musicali e scientifici di Biolchini. “L’omaggio a Raffaele – dice Mac – nasce dal rimpianto per l’amico perduto e dalla conoscenza di tutte le sue opere che attraversano circa 30 anni di attività, durante i quali abbiamo vissuto esperienze, anche espositive, comuni”. La profondità di memoria e la lunga frequentazione con l’opera dell’amico scultore trovano, in un incontro straordinario e in una avventura eccezionale, elementi diversi di articolati sviluppi linguistici, alludenti a fatti comuni di vita e di arte. Opere, come Alla corte della luna leggera (1995) e I coriandoli della notte (1996), in cui la pittura mette in gioco relazioni e analogie con la scultura, fanno di ogni immagine il riflesso interiore dei due artisti. Allora la struttura compositiva colloca in posizione forte e in un rinnovato contesto descrittivo le esperienze di scoperte che hanno accompagnato la vicenda umana e artistica di Biolchini: dall’amorevole curiosità per le cose che esprimono il loro candore e rinnovano il desiderio di innocenza e perfezione, alla riflessione creativa sulla natura in cui egli scopre singolari elementi di armonia (le foglie); dai simboli (orologi, meridiane), e codici da decifrare, della straordinaria unità della vita dell’universo che ineluttabilmente scorre, alla concezione di un tempo poetico e musicale che scandisce l’operare dell’uomo. In Ariete nel cuore (1996) Mazzieri non può dimenticare, con rimpianto, l’improvvisa interruzione della vita dell’amico, dal cui cuore che cessa di battere partono definitivamente, per un volto senza ritorno, gli uccelli simboli di sorprendenti e straordinari viaggi di fascino remoto ed arcano. Anche queste opere, che diventano prolungamento di ricordi, rivelano quell’eccezionale valore umano e poetico dell’arte di Mazzieri che, adoperando le parole di André Breton, sembra voler dire “io cerco ancora qualcosa nel mondo che mi lasci a occhi aperti, a occhi chiusi – è pieno giorno – alla mia silenziosa contemplazione”.
Nel’ultimo periodo della pur breve vita Mazzieri coltiva il progetto di un ciclo di opere sui poemi epici, a cominciare dall’Odissea, di cui ci lascia alcune prove (disegni, acquerelli) di immutata, straordinaria e fresca fonte creativa.