Opere
Autoritratto, 1963
Le cucitrici, 1964
Le bigotte, 1966
Mai vidi nell'iride vostra
azzurra l'infinito farsi grigio, 1968
Una sfera di sole si
è perduta senza lucciole per la sera, 1969
Le città hanno
regalato la piazza alla luna, 1970
La miracolata, 1972
Il signor Kafka, 1970
Grigie fantasie di un
cavaliere notturno, 1970
Nella mano degli imperatori
continua a fiorire il garofano rosso dei soldati, 1971
La luna raccoglie ferite
di verderame, 1971
La pallida realtà
di statue greche, 1970
Il cancello rosa, 1972
Una rondine di fiato,
1977
Alle mie coperte d'ombra,
1977
Il teatrino del flauto
nano, 1972
Il teatrino del desiderio
antico, 1974
Garbo di neve, 1972
Melania, 1976
Tua figlia la luna, 1984
La ragazza della salute,
1985
La notte dell'angelo
tentatore, 1985
Sulle onde ricamate della
memoria, 1985-1991
Canzoniere notturno,
1985-1992
Alla corte della luna
leggera, 1995
I coriandoli della notte,
1996
Ariete nel cuore, 1996
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La pittura di Walter Mac Mazzieri assomma quelle componenti che
consentono di definire "fantastica" la sua esperienza
artistica. Occorre aggiungere subito che non risultano persuasive
le ipotesi di un surrealismo specifico, anche se i termini formali
dell'artista possono, almeno in parte, far pensare a certi aspetti
di quel movimento che ha avuto origine e sviluppo in Francia.
Infatti tutta la sua opera vive profondamente il rapporto con
il vissuto, con la realtà, con l'esperienza formata sulle
cose delle vita e della storia. "Sia come sia, io dipingo
- rivela l'artista pavullese a Enzo Fabiani, nel corso dell'intervista
pubblicata sul settimanale "Gente", il 6 luglio 1970
- quello che ho visto e amato: animali e contadini e cerco di
immergerli, da dominatori però, in un'atmosfera di sogno
e di leggenda: molto simile allo stato d'animo che nasceva in
me quando ascoltavo le favole e le leggende. E questo lato rievocativo
si è sviluppato quando è intervenuta la nostalgia
per quel mondo così straordinario. Certo, a pensarci bene
i miei quadri possono apparire conturbanti, a volte anche sgradevoli:
ma basta ascoltarsi e guardarsi dentro per sentire che in noi
c'è, volere o no, qualcosa di straordinario, di fantastico,
di ambiguo, di angoscioso, di onirico; dominato, tuttavia, da
una immagine centrale, da una forza che ci impedisce di naufragare
nel terrore. Forza che è fede nell'uomo, amore per la
natura, capacità di intuire quel che avviene, o avverrà,
nella "regione sconosciuta", di shakespeariana memoria".
Il tempo delle prime scoperte e il desiderio di avventura si
manifestano nelle prove degli anni Sessanta, con l'Autoritratto
(1963) in cui Mazzieri, allora sedicenne, sembra verificare la
capacità non solo di rappresentare se stesso con la tavolozza
in mano, ma anche di riscontrare l'adeguatezza dei mezzi espressivi
per poter proseguire con fiducia sul cammino dell'arte. E' l'inizio
della pratica di una pittura che ama aderire, in una ristretta
gamma di colori, al "piccolo" mondo dell'artista e
si caratterizza per una piacevole vena ritrattistica, con una
affettuosa scena di vita domestica, come Le
cucitrici (1964), in cui la naturalezza dei gesti si unisce
alla dolce pensosità della fanciulla e al "dubbioso"
e compiaciuto sorriso della madre; con un quadro di acuto e ironico
realismo, come Le bigotte (1966)
sui cui visi è quasi impressa la perfidia dei loro pensieri
e pettegolezzi, in netto contrasto con la preghiera nella quale
esse sono apparentemente impegnate.
La dichiarazione d'amore per la gente e i luoghi della sua infanzia
coinvolge anche cose e animali che Mai
vidi nell'iride vostra azzurra l'infinito farsi grigio (1968)
mette in luce con una soave figura contemplativa in cui si avvera
una misura positiva del ricordo e della nostalgia. Dischiude
magici momenti dell'infanzia anche Una
sfera di sole si è perduta senza lucciole per la sera
(1969) che si delinea, con animali di presenza inquietante, quasi
da incubo, su coordinate fantastiche. Mazzieri è in grado
di conferire una nuova verginità alle sue creature, perché
sa stupirsi di fronte a ciò che contempla con animo poetico,
anche quando traduce, in una figurazione tenera e violenta allo
stesso tempo, immagini di realtà lontane (Gli occhi dei
beduini hanno forato le montagne del deserto; A Banja Luka ci
hanno svegliato le colombe) che avventurosi viaggi hanno portato
a vivere con intensa partecipazione. Il richiamo al meraviglioso
si rivela, tra ingenuità e tenerezza, anche in Le
città hanno regalato la piazza alla luna (1970), dove
due amanti avvertono il disagio di essere osservati da uomini
dalle sembianze di grandi uccelli.
L'artista accarezza sulla tela ancora figure strappate al tesoro
dell'infanzia. Nella sua memoria ogni forma, ogni colore diventa
una nota di accordo di bellezza, un elemento di estasi e di passione,
un linguaggio fatto di corrispondenze e di fantastiche alchimie
compositive, di sottile ironia, che La
miracolata (1972) sottende in un registro intelligentemente
giocato su forme concluse, intimamente correlate e funzionali
ad un progetto complessivo che Mazzieri ha ideato per inserire
in un quadrato una maestosa figura, di sottile fascino e di trascesa
contemplazione, avente le stesse dimensioni.
Dolci e tristi pensieri insorgono dalla profondità della
coscienza e lo sorprendono nella sua viva capacità di
mescolare alla favola la realtà del vivere quotidiano
di un tempo passato. Permane il ricordo del suo colloquio, unico
e continuo, con gli animali, perché una vita di stenti
e di lavoro, spesso senza i frutti sperati, aveva reso quei pochi
contadini, che abitavano precarie case di legno e di pietra,
avari di parole. Dei contadini Mazzieri rappresenterà
nei suoi dipinti le ruvide mani, rese forti e gonfie dalla fatica
quotidiana. Nella dimensione del ricordo tutto assume un accento
monumentale, sia di esaltazione che di rinnovata angoscia. Dal
mondo agreste, dove la penosa condizione dei lavoratori della
terra è cifra di perenne sacrificio e di una condizione
storica di alta dignità umana, Mazzieri trarrà
linfa per le sue invenzioni, dove campeggiano quei mostri giganteschi
che il poeta Vico Faggi definisce, in "Quaderni Liguri di
Cultura" (settembre 1972), "malinconici e solitari,
segnati nella loro epidermide rugosa dagli urti impercettibili,
ma assidui di un tempo senza memoria, chiusi nella loro irrimediabile
diversità, piegati ad una tristezza che si è fatta
misteriosa dalla siderale distanza delle sue origini...".
Il recupero di quella realtà trova una strutturazione
compositiva ritagliata nella forte robustezza dell'impianto,
nella dilatazione di figure e di luoghi di cui l'artista cerca
di rinnovare la loro dura ed inviolabile esistenza. La pittura
diventa forma di conoscenza, partendo da una memoria che si deforma
per comunicare un contenuto altrettanto insolito, imprevisto,
emblematico dell'infanzia che Mazzieri indagherà anche
ne Il Signor Kafka (1970) che
reca l'ambiguità del ritratto del caprone-uomo o dell'uomo-caprone.
C'è il drammatico ricordo di questo animale che uccide
una bambina, quando l'artista aveva pochi anni. Una figura di
angoscia, di assurdità (da qui il titolo che fa riferimento
allo scrittore ceco) che la tradizione cattolica vede come animale
della tentazione, una sorta di diavolo, con le corna di conchiglie,
e che si trova su absidi, colonne di pievi romaniche, sulle facciate
di costruzioni bizantine.
Da una pittura che amalgama il familiare e l'insolito, il quotidiano
e lo straordinario, il tragico e l'ironia nasce il quadro Grigie fantasie di un cavaliere notturno
(1970) che, nella sconcertante deformazione, raggiunge un alto
potenziale immaginifico. A dilatabilità favolistica, con
elementi simbolici, perviene anche l'opera dal titolo Nella
mano degli imperatori continua a fiorire il garofano rosso del
soldati (1971) che afferma il dominio dell'uomo sull'animale
(il cavallo diventa umile e assume l'aspetto di un passero),
facendone un servitore della propria potenza espressa da una
conchiglia che a mo' di mitria è sulla sua testa e da
un animale vivo di cui si serve come mantello. Il richiamo al
meraviglioso, che Mazzieri è capace di scoprire in ogni
cosa, non teme l'esuberanza delle forme, creando dei personaggi
insoliti (La luna raccoglie ferite di verderame,
1971) che rispecchiano in sé la malinconia dell'universo
e non escludono le tenerezze del cuore.
I suoi mostri dal "volto umano" sono sempre in costante
tensione dialettica con la realtà del mondo contemporaneo,
recano esperienze della vita dell'autore, radici di luoghi di
miseria, relazioni con l'immaginario popolare, antiche suggestioni
di una condizione disagiata della gente del Frignano.
Quel senso profondo di mestizia è accentuato dalla potenza
espressiva delle forme di mostri inoffensivi, quasi assorti in
una nostalgica meditazione. Infatti l'artista sembra deflagrare
lo spessore realistico delle figure della quotidianità,
attraverso un rovesciamento e una dilatazione delle proporzioni,
una violazione dei rapporti delle forme fisiche, di posizione
e illuminazione, introducendoci nel cuore di una seconda figurazione,
quella onirica, per un viaggio in fondo allo "sconosciuto"
dell'essere umano. Le strategie formali non sembrano, quindi,
essere diverse da quelle del surrealismo. In verità, dal
surrealismo Mazzieri attinge, per via di una intelligenza vigile,
non il concetto di "automatismo puro", ma l'esperienza
di libertà e di liberazione, accedendo ad una nuova forma
di conoscenza con una lucida analisi di ciò che si avvera
nel subconscio, nella "vertigine" lenta che gli viene
dall'amore per la sua terra, avvolgendo i fatti in un alone di leggenda, come fossero vissuti in un epico
sogno, coltivato tra
le cose e non oltre le cose. Ma se l'ispirazione non è
da ricercare nelle regione inquietante dell'arbitrio e del caso,
essa non è da collocare nemmeno nella regione della logica.
E' la distanza affettiva delle cose e il ricordo dei momenti
favolosi del passato a rinviare, d'incanto, la pittura ad una
misura fantastica. E quanto più quella realtà è lontana, tanto più si fa viva la forza di quel mondo di
illusioni e di idealità che finiscono con l'assumere il
senso e la consistenza di una non meno viva e determinante figurazione
visionaria.
Le
strane ed ibride figure, che troviamo nell'opera di Mazzieri,
non hanno, quindi, nulla di allucinante o di paranoico, perché
il racconto è strutturato come una favola, con elementi
attinti liberamente alla tradizione locale e regionale, a figure
dell'arte orientale ed egizia, alla mitologia, alla pittura e
scultura di matrice emiliana, al romanico di chiese del Frignano
e del Duomo di Modena, al classicismo e al barocco. A quella
ricca cultura figurativa alla quale Mazzieri, da buon artista
"ispirato", ha voluto formarsi, a costo di gravi sacrifici,
non sui banchi di scuola, ma nei musei del mondo, affrontando,
da giovane, una vita da bohémien, tanto da meritare il
titolo di "monello della pittura".
La sua opera ha, quindi, radici antiche, si apre al respiro della
grande arte. "Sulla sua pittura può incrociarsi -
nota Giancarlo Vigorelli (catalogo della personale alla Galleria
Levi di Milano, marzo 1974) - il nome di Bruegel o di Bosch,
di Goya o di Blake, o magari di qualche surrealista da Max Ernst
a Dalì, da Bauner a Mayo". Inoltre non sono da trascurare
certe componenti che nell'opera di Mazzieri posono richiamare
aspetti del simbolismo, tanto che Fabiani cita Gustave Moreau
e Odilon Redon. E' vero che l'impianto si avvale di procedimenti
stilistici che la tradizione del genere fantastico ha utilizzato,
ma il mito della bellezza femminile che l'artista connota di
richiami erotici, le figure del mondo mitico, l'inclinazione
a rappresentare, in modo totale e nelle loro corrispondenze,
il vissuto, il sognato e il pensato, l'attenzione prestata al
senso misterioso della vita toccano i domìni del simbolismo,
anche se Mazzieri ne ha piegate le risultanze ad un'arte suggestiva
ed incantatoria.
Nell'esame dell'opera del pavullese molti critici hanno trovato
delle "affinità" più o meno palesi con
il lavoro di altri famosi artisti. Enrico Crispolti, nella prefazione
alla monografia "Walter Mac Mazzieri" (Artioli Editore, Modena, 1971), rintraccia una "sconcertante parentela con
i "messicani", con un certo proiettare ad eroico visionario
il quotidiano rurale, "campesino", di Orozco e di Rivera".
Si sono fatti anche i nomi dei pittori portati al gigantismo
delle figure, da Siqueiros a Savinio, ma pure il nome di Magritte,
con i paradossi logici, con le operazioni di smontaggio e rimontaggio
degli ingredienti figurali della sua immaginazione. "Ma
il suo museo - nota Renzo Margonari (monografia per la mostra
antologica al Palazzo Ducale di Pavullo, luglio-ottobre 1987)
- ha risvegliato in Mazzieri soprattutto la sua natura emiliana
e spesso, osservando il suo istintivo comporre a larghe masse,
le accensioni di luce che attizzano bagliori emergenti dal caldo
colore dei suoi dipinti, il pensiero corre per analogia ai macchinari
figurativi guercineschi, all'epoca carraccesca, nella quale l'estenuata
eleganza del Parmigianino convive con la rustica quotidianità
di Annibale: in quell'epoca l'invenzione del colore corse alla
pari coi supremi equilibri della composizione rinascimentale.
Fu quell'arte prevalentemente di ispirazione religiosa e, secondariamente,
mitologica. Ed è proprio perché le figure di Mazzieri
si manifestano con una pagana sacralità che troviamo leciti
simili pensieri sul suo lavoro". All'interno di una capacità
inventiva che privilegia criteri ed operazioni di stravolgimento,
l'artista aspira, quindi, a rivivere quel culto di valori propri
della tradizione più autentica.
La varietà dei registri espressivi, talvolta anche simultanei,
fa la ricchezza e l'originalità della sua pittura che
in La pallida realtà di statue
greche (1970) evidenzia il gusto per la nobile tradizione
di una civiltà che ha saputo affermare anche l'idea del
carattere aristocratico dell'arte; e ne Il
cancello rosa (1972) trova una inedita costruzione, con visi
di malinconia e di solitudine che guardano attoniti un mondo
pieno di minacce dal quale sembrano prendere le dovute distanze.
Approfondendo il solco dell'eredità padana dell'arte di
Mazzieri, Vigorelli ricorda che "non è sbagliato
immaginare che nei primi anni doveva essergli restata negli occhi
qualche pittura o scultura romanica o gotica di quella sua terra: oppure, se anche la sua memoria non è stata scossa da
quegli incontri e ricordi, è nel sangue che egli ha per
remote eredità le ombre dell'Antelami o di Wiligelmo:
il suo bestiario viene da quel medioevo domestico, di generazione
in generazione". E' come affermare che il museo autentico
è la sua terra, con la sua arte, la sua storia, la sua
cultura anche contadina che l'artista organizza in una luce privilegiata,
in episodi figurativi di amorevole ricognizione immaginativa.
Lo dice a chiare lettere l'opera Una
rondine di fiato (1977) che, pur privilegiando una narrazione
sul registro poetico con il bambino che aiuta la rondine a spiccare
il volo, sognando i poter fare altrettanto, riporta in particolare
evidenza la millenaria Chiesa di Renno che l'artista propone
nella sua razionale ed essenziale costruzione attraverso un disegno
preciso ed abilissimo e una composta sensibilità cromatica.
Un occhio vigile che spia sulle vicende umane sembra godere dell'ambiguità
dei suoi poteri. Ad una lineare architettura di un ambiente povero
rimanda il quadro Alle mie coperte
d'ombra (1977) che esalta, con accostamenti di umile e di
sublime, di surreale e di reale, momenti di quiete di un uomo confortato, nella notte senza
rumori, da un spettacolo della
natura da godere attraverso la finestra.
Non
sono estranei ai fattori che hanno influenzato la sua pittura
anche "parecchi risvolti letterari dove - sostiene Luigi
Cavallo (catalogo della mostra alla Galerie Motte di Ginevra,
maggio 1973) - la dissacrazione ha un ruolo primario, da Hoffmann
a Kafka, da Lautréamont a Poe, a Strindberg...",
con il mistero delle loro invenzioni, sempre più lievi, assurde,
irreali. Ma c'è anche una particolare attenzione
per la poesia di Baudelaire che, creando uno stato di sensibilità
e dando nascita e colorazione al sogno, lascia tante porte aperte
al mistero; per la poesia di Aragon che canta la magia dell'amore,
gli incanti e le metamorfosi della natura, degli esseri e delle cose; e, in particolare per l'opera di Buzzati che afferma le
forme tradizionali del fiabesco, un mondo infantile sentito in
armonia con le presenze naturali, nonché fantasmi di coraggio
e di destino, di vita e di morte. Ed è necessario ricordare
come sia stato proprio Buzzati uno dei primi esegeti dell'opera
di Mazzieri, quando, il 26 ottobre 1971, sul "Corriere della
Sera" parla di "un volto soave che andrebbe bene come
un modello per un Cristo, incorniciato da una esagerata chioma
bionda e da un'altrettanta barbettina alla Abramo Lincoln. Altrettanta
dolcezza, e timidezza, nel suo modo di fare; contrastanti con
i suoi quadri dove si contorcono, gemono, si stringono disperatamente
la testa tra le mani degli esseri da favola, nerboruti e nocchiuti,
che sembrano usciti da una rupestre saga messicana e invece sono
scaturiti dai montanari dell'Appennino modenese". Sostenuto
da uno straordinario senso della cultura, Mazzieri ha sempre
letto molto e ha anche scritto poesie pubblicate, nel 1983, nel
volumetto ".... Domani aprirò le nuvole raccolte",
edito da Il Bulino, scoprendo segrete analogie, porte di comunicazione
tra i diversi aspetti del sapere. La poesia sembra sposare le
stesse immagini della sua pittura, procedendo quasi di pari passo
nel solco dell'esplorazione dello sconosciuto. Questa pluralità
di aspetti converge in un eclettismo e singolare immaginismo
con il quale l'arte riesce a dare, con dignità e fermezza,
un quadro dell'unità epica dell'uomo e delle cose, un
tracciato autobiografico in un recupero memoriale dei tempi magici
dell'infazia, riuscendo a tramare in un'analitica rievocazione
una figura elegiaca dai toni squisiti.
I suoi dipinti riconducono ai desideri di un'anima ardente e sognatrice,
alle scoperte di gioventù e a tutte le irripetibili esperienze di una
sublime vocazione artistica. In esso vivono il fantastico soggettivo e
l'anima collettiva della sua gente e persino l'erotismo che è eccitazione
di sensi e capacità di sentimenti, di esperienze febbrili maturate in seno
ad una natura primitiva e sanguigna, come quella montanara. Un erotismo che
è anche il piacere di un gioco continuo di richiami a cose dense di
vibrazioni, un recupero di fisicità di rapporto dell'artista con le radici
popolari, "barbariche" e pittoresche della sua terra. E
l'illuminazione visionaria scoppia improvvisa tra queste stimolanti
sensazioni espresse da forme falliche con le quali l'artista traduce
elementi del regno vegetale e animale, come evidenziano Il
teatrino del flauto nano (1972) e soprattutto Il
teatrino del desiderio antico (1974), dove la figura fallica acquista
una tale autonomia da trasformarsi in una sorta di centuaro e gli elementi
erotici si rivelano anche attraverso particolari cromatismi (il rosa, il
violaceo, i colori caldi). Nella rivendicazione dell'esperienza amorosa si
svolge anche Garbo
di neve (1972), dove l'innocenza della fanciulla racchiude desideri di
colpa e di peccato, durante la "tentazione" dell'"uomo-mostro".
L'opera, che si rifà alla canzone Gioco di bimba, sarà la copertina di
Uomo di pezza, un LP con il quale il già allora noto complesso Le Orme
aumenterà, negli anni Settanta, la sua fama. L'amore è la forma di
sentimento che meglio riassume la pienezza della vita, anche quando assume
coordinate familiari ed è rivolto verso la figlia Melania
(1979), dove la bellezza si confonde con l'innocenza. Melania è una
primavera, una fanciulla solare con i simboli della vita: il fiore che versa
una goccia, la colomba della pace, un ragazzino su cui incombe una luna a
forma di mela (il senso del peccato). Se il viso diventa un sole, la parte
inferiore della figura assume l'aspetto di una montagna con un chiaro
riferimento geografico alla terra d'origine dell'autore.
E' sempre la realtà del Frignano ad essere collocata in una zona di
surreale lontananza. La vita del tempo reale viene trasferita con piena
consapevolezza nel tempo fittizio del sogno, dove è possibile abbandonarsi
alle tenerezze liriche, alle memorie. Temi del passato si intrecciano con il
soggettivo delle radici dell'artista; la favola e l'illusione sposano la
crudeltà della realtà che viene deformata in una struttura fantastica. Le
energie mai sopite aspirano alla conquista di spazi ad alto potenziale
immaginifico anche nel periodo in cui la felicità e la naturalezza delle
sue invenzioni si misurano con le bellezze di Venezia, dove Mazzieri vive
per circa due anni, a partire da giugno 1984. E questa "fuga"
nella città lagunare sembra essere annunciata, un anno prima, dall'opera
Con una lepre nel cuore i cui colori azzurri si fanno epifania di una
psicologia inquieta, che si tormenta fra sogni e misteri, e riflettono
l'aspirazione ad un nuovo corso creativo.
C'è il desiderio di riscoprire il mistero che Venezia contiene.
L'immaginazione dell'artista cerca e trova modelli esemplari nelle
architetture e nelle opere d'arte della città. Ma Mazzieri non ricorre ad
un puro "citazionismo", imperante in quegli anni, come dimostra
anche la Biennale del 1984. La rivisitazione del ricco patrimonio culturale
ed artistico di Venezia avviene non sotto forma di analisi concettuale, ma
nell'incontro tra coscienza e fantasia, in forme, che mai sottratte alla
misura, sconfinano anche in accostamenti azzardati, in significati simbolici,
in una sorta di ironico stupore. Le figure, poste in riconoscibili scorci
urbani, sono più vicine alla realtà di tutti i giorni, hanno una misura
più dell'umano che del "mostruoso", vengono guardate come da un
punto di vista di superiore saggezza.Il suo stile si sofferna con maggiore partecipazione su questi
personaggi e sugli ambienti, riportati ad un'armoniosa morbidezza d'insieme, ad una visione più
umana, ad un realismo visionario
atteggiato a coloriture estremamente quotidiane, a tenerissime malinconie, quelle dell'artista che sembra avere profonda nostalgia
della sua terra natale e si immedesima in una figura che, nella
sua cosciente condizione di solitudine a Venezia (Laguna di miele),
riesce a trasmettere la profonda semplicità delle emozioni elementari, il senso di abbandono ai dolci pensieri d'amore coltivati
nella sua terra natale, ai sentimenti che informano i ricordi,
le sensazioni più profonde ed irripetibili. Ma i luoghi
veneziani invitano a sognare e Mazzieri si nutre di emozioni,
di situazioni eccezionali, elette, affidando a Tua
figlia la luna (1984) il senso di rivelazione nella donna
ideale che si manifesta con tutti i suoi incanti, riassumendo
in sé l'armonia della natura e del firmamento. Con una
costante esplorazione della realtà che lo circonda, l'artista
matura un'attenzione privilegiata a personaggi e a monumenti
(La ragazza della salute;
La ragazza della Giudecca, 1985), stabilendo una trama di relazioni
tra immagini sottratte al peso della contingenza e trovando nella
violazione di rapporti di grandezza e di posizione (la chiesa sul capo della
giovane)
uno stato di stupefazione al quale solo le creature angeliche
possono approdare. La realtà veneziana diventa luogo dell'immaginario
ed è tradotta con tanta cura da serbare quasi il colore
originario del sogno, come mette in luce La
notte dell'angelo tentatore (1985). Esploratore mistico della notte, Mazzieri costruisce un'ampia scenografia i cui protagonisti
sono le statue che si muovono su costruzioni di architettura
gotica e bizantina, diventano vive: la Madonna con il bambino,
alquanto irriverente, che gioca a fare le luci notturne e viene
tentato da un angelo con un serpente in mano. Anche i dipinti
di questo periodo (su questo sito è possibile consultare
l'apposito capitolo, "Laguna di miele",
riguardante le opere veneziane) non cessano di manifestare l'inesauribile
libertà immaginativa dell'artista, capace di fondere,
in un magico gioco, l'apparenza e la realtà, il vero e l'illusorio. Così Sulle
onde ricamate della memoria (1985-1991) è ancora la
laguna teatro di immagini di fecondità poetica, con figure
di grazia che guardano con stupore la luna che, riflessa nell'acqua,
rivela gli aspetti bizantini della cattedrale. Toni contemplativi
e lirici presiedono alla creazione del Canzoniere
notturno (1985-1992), con la luna che, impegnata in una quasi
romantica passeggiata in gondola, si solleva ad esiti di fascinosa
magia e di segreta emozionalità.
La produzione della seconda metà degli anni Novanta è
dedicata allo scultore Raffaele Biolchini. Un omaggio all'amico
più caro, morto nel 1994, all'età di 48 anni, che
ha determinato, un anno dopo, una mostra presso "Melania
Arte" di Pavullo. Mazzieri aveva affrontato con Biolchini
le avventure più straordinarie attraverso le città
del mondo per visitare musei e gallerie d'arte. Con lui aveva
condiviso esperienze creative e umane. Insieme avevano coltivato
sogni di artisti per trovare spazio in un campo difficile, come
quello della pittura e della scultura. Nel tempo si erano sempre
più rinsaldati i vincoli di fraterna amicizia, per cui
il rapporto tra i due artisti era diventato continuo, quotidiano, familiare. Su questa singolare vicenda umana ed artistica trovano
fondamento, come affettuosa ed analitica rievocazione, disegni (oltre 100) e
dipinti, in cui rivivono le figure di sogno di
Mazzieri e gli alfabeti musicali e scientifici di Biolchini.
"L'omaggio a Raffaele - dice Mac - nasce dal rimpianto per
l'amico perduto e dalla conoscenza di tutte le sue opere che
attraversano circa 30 anni di attività, durante i quali
abbiamo vissuto esperienze, anche espositive, comuni". La
profondità di memoria e la lunga frequentazione con l'opera
dell'amico scultore trovano, in un incontro straordinario e in
una avventura eccezionale, elementi diversi di articolati sviluppi
linguistici, alludenti a fatti comuni di vita e di arte. Opere,
come Alla corte della luna
leggera (1995) e I coriandoli
della notte (1996), in cui la pittura mette in gioco relazioni
e analogie con la scultura, fanno di ogni immagine il riflesso
interiore dei due artisti. Allora la struttura compositiva colloca
in posizione forte e in un rinnovato contesto descrittivo le
esperienze di scoperte che hanno accompagnato la vicenda umana
e artistica di Biolchini: dall'amorevole curiosità per
le cose che esprimono il loro candore e rinnovano il desiderio
di innocenza e perfezione, alla riflessione creativa sulla natura
in cui egli scopre singolari elementi di armonia (le foglie);
dai simboli (orologi, meridiane), e codici da decifrare, della
straordinaria unità della vita dell'universo che ineluttabilmente
scorre, alla concezione di un tempo poetico e musicale che scandisce
l'operare dell'uomo. In Ariete
nel cuore (1996) Mazzieri non può dimenticare, con rimpianto, l'improvvisa interruzione della vita
dell'amico, dal
cui cuore che cessa di battere partono definitivamente, per un
volto senza ritorno, gli uccelli simboli di sorprendenti e straordinari
viaggi di fascino remoto ed arcano. Anche queste opere, che diventano
prolungamento di ricordi, rivelano quell'eccezionale valore umano
e poetico dell'arte di Mazzieri che, adoperando le parole di
André Breton, sembra voler dire "io cerco ancora
qualcosa nel mondo che mi lasci a occhi aperti, a occhi chiusi
- è pieno giorno - alla mia silenziosa contemplazione".
Nel'ultimo periodo della pur breve vita Mazzieri coltiva il progetto
di un ciclo di opere sui poemi epici, a cominciare dall'Odissea,
di cui ci lascia alcune prove (disegni, acquerelli) di immutata,
straordinaria e fresca fonte creativa.
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