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antologia critica | walter mac mazzieri | |||
Io credo che, di fronte a "casi" come quello di Walter
Mac Mazzieri, la critica - che si avvale di strumenti di relazione
abbastanza funzionali quando si tratta di procedere nei solchi
di tendenza o di poetica - dovrebbe, per prima cosa, prendere
atto del proprio limite oggettivo, limite coincidente con quello
connaturato alle regole di una "disciplina". Dico questo
per sgombrare subito il campo dal pericoloso equivoco per cui,
a furia di voler salvare l'originalità di un artista particolarmente
"difficile" da inquadrare negli schemi consueti, si
finisce col cedere sempre alla tentazione di inserirlo in quei
luoghi della cultura dove questa originalità irrimediabilmente
si perde. Ha ragione Crispolti quando parla, per Mazzieri, molto
semplicemente di pittore "out" sfiorando appena, e per
negarla, la coincidenza con il maestoso "far popolare"
dei grandi frescanti messicani. Fare di questo artista conturbante,
inquieto, visionario se mai ve ne furono, ma pur sempre impastato
di terra e di umori, un parente più o meno prossimo dei
maestri del Surreale, del Fantastico o di non so quale altra categoria
meramente estetica è, prima ancora di una sopraffazione,
un fraintendimento. Non è in questa sede che posso parlare
del pittore,
dovendomi limitare
all'occasione d'un lavoro grafico: ma penso che anche la grafica
di Mazzieri si regga sulle strutture particolarissime che sostengono
il suo linguaggio di artista teso alla proiezione di una individualità
tanto spiccata da parer perfino irriverente negli schemi di cultura
correnti. Resta il fatto che Mazzieri costruisce, con le sue contaminazioni
"magiche", miste cioè di "verità"
popolarissime e di ori simbolici (non simbolistici), una piattaforma
che indica una situazione di cultura eterodossa, se vogliamo,
ma autenticamente incidente nel panorama figurativo contemporaneo.
Basti pensare al mistero inspiegato delle emergenze inconscie
che fa dell'opera d'arte - al di là dei meccanismi surrealistici
di ricercato automatismo - quell'enigma che è per comprendere
come le teorizzazioni della critica sistematica, che appunto tale
enigma vorrebbero disvelare, non sono che irrigidimenti "logici"
e depauperamento dell'opera stessa. Ora, artisti come Mazzieri
sopportano meno di altri letture "colte" o pseudo tali,
che imprimono connotati là ove ogni connotazione diventa
limite e chiusura. Per questo giovane la critica dovrebbe porsi
in una situazione di assoluta disponibilità per penetrare
in qualche modo la sua natura di dissacratore d'ogni categoria,
comprese quelle pur consuete dello spazio e del tempo in cui si
realizza l'opera grafica qui documentata. La narrazione, innanzitutto,
sembra procedere per "racconti" apparentemente indipendenti
l'uno dall'altro e in sè conclusi; eppure è evidente
la sapienza con la quali si costruisce, magicamente, il gioco
dei vuoti e dei pieni, e il continuo riproporsi su improvvise
variazioni del rapporto figura-sfondo. L'ordine delle immagini
appare limpido e calcolatissimo, pur non corrispondendo ad alcuna
regola linguistica definibile. Ciò aggiunge forza di convinzione,
e quasi di costrizione, al fascino che l'opera di Mazzieri esercita
sul riguardante disorientato, ma anche necessitato a un percorso
visivo di chiara evidenza e assolutamente imprevedibile, a una
partecipazione totale e a un totale distacco. Che poi si incrocino,
in questi fogli, miti dell'Oriente rivissuti in Appennino, è
cosa che ha qualche importanza per dimostrare come Mazzieri operi
sempre una riduzione a sè degli apporti esterni, e non
conceda quasi nulla al gusto cosmopolita od esotico proprio dai
surreali d'osservanza storica. Il "mistero", di cui
prima parlavo come di un valore primario dell'opera d'arte, diventa
quindi l'enigma di un "io" particolarissimo, carico
d'antichi terrori e di inquietanti serenità, incomunicabili
per vie diverse da quelle dell'immaginazione impregiudicata, il
solo strumento che lascia margine all'assurdo senza mortificarlo
nella dimensione dell'inconcepibile. Terrori e paure dell'uomo,
dicevo, che incrostati di terra e di incredute memorie vivono
la loro assurda realtà nei fogli di Mazzieri, oscuri come
antichi cartigli narranti dell'uomo quotidiano, astorico e calato
nella storia più inquietante del "presente".
Di quell'uomo che è sempre, come scrive Crispolti dell'artista,
un "caso" di irruzione immaginativa.
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