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antologia critica | walter mac mazzieri | |||
Roger
Cailois apre quel suo gran libro, Au coeur du fantastique,
con questa tranquilla, apparentemente tranquilla, confessione:
"Je suis attiré par le mystère",
soggiungendo tuttavia: "Ce n'est pas que je m'abandonne
avec complaisance aux charmes de féeries ou à la
poésie du merveilleux". Dunque Caillois mette
subito le mani avanti, ben distinguendo che il mistero non va
identificato al meraviglioso e al feerico; e, forse, converrebbe
convenire che vi sono due ordini, o almeno due moti, del mistero,
l'uno che tende all'alto, l'altro che tende al basso e soprattutto
ne proviene. Per me, anzi, anche il mistero che più si
svolge a una sua chiarificazione porta sempre la traccia d'essere
venuto fuori da un regno sotterraneo, e subconscio, se non addirittura
infernale. Il mistero, in altre parole, se si tenta di svelarlo,
è andando sempre più nel profondo che c'è
speranza di decifrarlo. Più giù, più giù.
E quanto più si scende, si può dopo salire, salire
anche di colpo, d'un colpo d'ala: non è forse - questa
- la norma della poesia e dell'arte, che vivono appunto di un
gioco perpetuo degli estremi? La poesia, a tentare di definirla,
è l'esplorazione del mistero; è la sua interrogazione
persistente, ma stando bene attenti di non tramutarla in una sterile
coltivazione del misterioso, perchè la poesia, l'arte,
l'atto creativo sono di fatto la sconfitta dell'ignoto, del mistero.
L'arte, dopo essere stata domanda, deve farsi ed essere risposta:
e forse è troppo dire che l'arte è sempre vittoria
sulla morte, basterà dire che è vittoria in noi
sul morire delle cose e sul nostro stesso morire di ogni giorno.
Alla stessa stregua che svelare un mistero, è vivere un
giorno di più; forse vivere una volta di più. Il
mio caro amico Caillois, lasciando stormire sull'uomo quel suo
libro che è l'albero genealogico del mistero, dichiara
infatti che è attirato dal mistero unicamente per il bisogno
di decifrare persino l'indecifrabile. Questo è il vero
terminale del suo straordinario viaggio critico "au coeur
du fantastique": l'atto del conoscere, e pervenire insomma
"à bout du l'énigme". Conoscere,
o conoscersi? Mi pare che mai come oggi dobbiamo fare questa scelta.
Perchè a furia di pretendere, o illudere, di conoscerci,
siamo il più delle volte scaduti a logorare e addirittura
a dissolvere quell'"io" che credevamo di scandagliare,
e che invece siamo arrivati a dissacrare e a destituire. È
cercando di conoscere tutto il resto, che reintegra e si salva
la conoscenza di se stesso: un "io" che limita il mistero
soltanto a se stesso, e non lo cerca nel rapporto col mondo, con
l'altro, con le cose, è già la morte dell'"io",
e ne consegue la morte dell'arte, perchè l'arte vera è
rapporto, non incomunicabilità. L'arte nasce dal mistero
e ne vive, ma se invece ne muore dentro vuol dire allora che essa
stessa è morta.
Ho voluto mandare avanti queste sommarie didascalie, prima di
tentare di aprire un discorso su Walter Mac Mazzieri, per confessare,
magari candidamente, che la sua pittura non basta riconoscerla
nella sua sempre più compatta e coerente risultanza artistica,
ma è necessario sommuoverla, interrogarla, se possibile
decifrarla, in tutta la sua pregnanza di simboli, di significati,
di valori.
La pittura di Mac Mazzieri viene dal reame del mistero, ne esce
e ne rientra perdutamente. No, non è una pittura misteriosa:
è una pittura misterica. E tanto è misterica, che
certi suoi rituali restano segreti anche all'occhio più
critico che vi si inoltri. Ma quanto più appare chiusa
in una sua inscalfibile armatura, essa d'altra parte, e proprio
per i suoi risultati raggiunti, non fa che offrirsi quasi esigendo
d'essere svelata, violata. La forza maggiore, e la suggestione
primaria di questa singolare pittura imprevedibile è d'essere
nello stesso tempo ermetica ma contagiosa. In altre parole, o
con un'altra immagine, è una pittura che non dà
una risposta netta sulla sua matrice di mistero, ma che però
suscitando in noi una lunga serie di domande assedianti finisce
talmente a introdurci in quel mistero, che pure restando occulto
dà l'impressione tuttavia d'essersi comunicato e trasmesso
a ognuno di noi in sosta davanti a un suo quadro. Da dove viene
questa magia? E va detto, prontamente, che spesso è un'orrida
magia. Da dove? Prima di rispondere da dove arriva, e dove in
parte la sua pittura può essere inserita, bisogna domandarci
da dove viene lui, questo figlio randagio della Padània.
Nato il 15 aprile del 1947, nel crudo dopoguerra che pareva aver
riportato l'Italia, forse più nel bene che nel male, a
un riaffiorato medioevo, in un villaggio dell'Appennino modenese,
a Ca' d'Olina di Pavullo, in piena miseria, non è difficile,
a chi come me conosce quelle terre e quella gente, anzi è
facile reperire subito le radici, se non della sua pittura, certo
della sua natura di bambino antico. Lì, anche se adesso
vi dilaga il promiscuo progresso di un bastardo benessere, luoghi
e uomini, sino a pochi anni fa, avevano mantenuto addosso le impronte
di un passato ancora da Anno Mille, benchè vi fosse distesa
sopra talvolta una leggera patina increspata di primo ottocento.
Quelli erano paesi che, pur con una loro spenta festa nei volti
e nei luoghi, potevano essere arretrati alle cronache crudeli
di Salimbene de Adam: "... le nevi e la ghiaccia furono sì
grandi per l'intero mese di gennaio, che le vigne e tutti gli
alberi da frutta gelarono. E le bestie selvatiche morirono dal
freddo..., e li arbori si spaccavano lungo il tronco per le grandi
gelate..., e ci fu una tale gelata del Po che la gente passava
da una riva all'altra, in sui cavalli e a piedi...".
È questo il primitivo paesaggio naturale dell'infanzia
- e poi della pittura - di Mazzieri. Non è sbagliato immaginare
che nei suoi primi anni doveva essergli restata negli occhi qualche
pittura o scultura romanica o gotica di quella sua terra; oppure,
se anche la sua memoria non è stata scossa da quegli incontri
e ricordi, è nel sangue che egli ha per remote eredità
le ombre dell'Antelami o di Wiligelmo: il suo bestiario viene
da quel medioevo domestico, di generazione in generazione. L'arte
è sempre fatta di questi innesti e trapianti spesso involontari,
inavveduti. Insorge e corre, in questo figlio dell'Appennino che
contamina e racchiude la civiltà padana, la giacente presenza
del medioevo barbarico che per fortuna sciacquò i suoi
panni nel Po', e non altrove, non oltre; e questa, non altra,
è la vera radice arcaica della pittura di Mazzieri. Come
avvenne, non tanto diversamente, e pur senza fare paragoni, per
un artista modernissimo quale è stato Asper Jorn, che non
ha mai nascosto - e anzi lo confessò e lo documentò
nell'estrosissimo repertorio, La langue verte et la cuite
- di aver derivato e cioè di avere nelle viscere segni,
emblemi, simboli dal medioevo vichingo, carolingio, gotico.
Se ho
insistito, per Walter Mac Mazzieri, su queste sue lontane e anche
inconsce radici, è per dichiarare che la sua pittura pur
misterica, pur simbolica, pur da psicanalizzare, non è
una pittura intellettuale. Non è una pittura di testa,
anche quando è una pittura mentale ma è, nonostante
la sigillatura formale, una pittura che viene su dal sangue, e
che in quel segreto decorso fluviale si è trascinata dietro
tanta altrui pittura antica o recente, ma non come imitazione
o moda, come oggi avviene per la gran parte dei contemporanei,
bensì come eredità e anzi scelta congeniale. Ed
ecco che sulla sua pittura più incrociarsi il nome di Brueghel
o di Bosch, di Goya o di Blake, o magari di qualche surrealista
da Max Ernst a Dalì, da Brauner a Mayo. E non sbaglia Crispolti
ad avere coinvolti su di lui, anche per un certo gigantismo compositivo,
i nomi dei grandi messicani Oronzo e di Rivera; soprattutto ritengo
che Crispolti abbia fatto centro accostandolo al riscoperto e
rivalutato Pavel Filanov.
A questo proposito, credo di non sbagliarmi neppure io rintracciando
in Mazzieri alcune affinità, che in un padano non sorprendono,
con l'anima slava. L'Adriatico è stato spesso un traghetto
da e per il mondo slavo; e dall'appennino era duro scendere a
quel mare amaro, più povero, ma era quasi più consono
che non andare incontro all'altro mare, più di sole. Mazzieri,
oltre ad avere preso spesso le strade, di terra o di mare, verso
l'Europa orientale, Jugoslavia, Bulgaria, e già prima dal
Nord al Sud, dai fiordi alle spiagge marocchine, tunisine, mettendosi
in viaggio un po' come Rimbaud, un po' come Ferlinghetti, e riportando
a casa un suo mazzetto di "illuminazioni" o di "formiche
rosse"; ma, se un bisogno di sole e di avventura lo porta
più a Sud, la sua pittura è dominata e scossa da
ascendenze nordiche, da trascendenze slave. Io non so se egli
abbia letto, o no, il profetico testo di Kandinsky, Lo spirituale
nell'arte, ma per decifrare meglio qualche suo quadro, gioverebbe
rileggerne qualche pagina, e persino per inoltrarci nello spirito
dei suoi colori: "Come l'arancione - dice Kandinsky - nasce
da un accostarsi del rosso all'uomo, così, allontanandosene
il rosso per opera dell'azzurro nasce il viola, che ha tendenza
a muoversi scostandosi dall'uomo...". Quanto al richiamo
a Filonov, fatto da Crispolti, e che vorrei ribadire anche per
certo misticismo, asceticismo, occultismo che percorre pur diversamente
la pittura di entrambi, mi viene voglia di riportare un passo
dal bel libro di Valentine Marcadé, Le rènouveau
de l'art pictural russe: "Filonov era il tipo stesso
del pittore-eremita, viveva dentro il proprio mondo, pieno di
presentimenti e in preda ad una visione delle cose fuori dalla
realtà. Si può dire che questa visione è
già surrealista avanti lettera, perchè vi si trova
quell'insolito, quel meraviglioso, quella illogicità del
sogno, insomma quel continente futuro che sono tipici del movimento
surrealista. Filonov lavorava con la concentrazione di un asceta,
nel suo atelier-cella, non ne usciva per intere giornate, si nutriva
soltanto di erbe e pane nero che tagliava con un coltellaccio
da cucina, quello stesso che usava come arma bianca contro chiunque
tentasse di distrarlo dal suo lavoro. Non si staccava mai da quadro,
se non dopo averlo a lungo portato a termine".
Non frequento Mazzieri, ho appena scambiato poche parole durante
la mostra milanese, da Cortina, dell'ottobre 1971; ma chi lo conosce
meglio, gli riconosce un identico solitario lavoro accanito; Fabiani,
infatti, testimonia: "L'ho visto lavorare. Per ogni quadro
mesi, dall'alba al tramonto...".
Fare un quadro, per lui, non dev'essere soltanto il suo lavoro,
ma quasi un rito. Direi addirittura un esorcismo. Ha qualche suo
oscuro demone da liberare, o da reincatenare. Aprendo un discorso
su Mazzieri, ho puntato subito al mistero. Tutto il suo mondo
figurale, a pensarci bene, è l'interposto della sua stessa
figura d'uomo. La metamorfosi è continua, incessante: lui
si cangia negli altri, e ogni altro si tramuta in lui, sino a
identificarsi. La parola che vorrei usare è grossa, ma
la usa spesso, per sé e per l'arte stessa, Henry Miller:
una perpetua crocifissione, a simbologia contaminatamente sacra
e profana. E di parola grossa in parola grossa, si potrebbe persino
dire che la sua pittura è una crocifissione tanto sadica
quanto masochistica: dove comincia, infatti, e dove finisce, la
gioia e il dolore che si legge, e dilaga, dentro a ogni suo quadro?
È questa mancanza e cioè questa impossibilità
di confini e di limiti, quella che assedia la pittura, e prima
ancora, la visione, di Mazzieri: ed è della immaginazione,
è del "cuore del fantastico" non avere né
limiti né confini.
Io credo, o quanto meno sospetto, che Mazzieri, avvertendo dentro
di sè la vocazione o almeno la tentazione mistica e perfezionistica,
della sua natura e quindi della sua pittura, abbia coscienza del
pericolo che potrebbe correre: l'artista mistico, beandosi della
propria visione rischia d'esserne catturato ma poi debellato,
come è accaduto a Mallarmé, per fare l'esempio più
sublime; e da estatica, quella stessa visione si fa statica, è
bloccata. Il nostro Mazzieri non cadrà in questo abisso,
perchè - pur nella sua assolvenza di contemporaneo - egli
ha nel sangue troppi legami, consci ed inconsci, con un'arte che
viene da lontano, che viene dal profondo. Perdura nell'uomo e
nell'artista un nodo ombelicale che lo lega a deformazioni primitive,
ma anche a classiche perfezioni, che fanno di lui quasi intercambiabilmente
un contadino o un puro folle della Padània e nello stesso
tempo un artista raffinato che può impunemente passare,
sempre nell'arco della sua terra, dalle ultime lezioni dell'Antelami
ai pittori del Trecento bolognese sino a quelli, sempre in compagnia
di Longhi, dell'"Officina ferrarese".
Queste, insisto e ripeto, sono le radici del pavullese Mazzieri,
pittore unico nella sua tipicità esistenziale e creativa;
e che poi si intravvedano, nel corso della sua pittura, confluenze
o corrispondenze espressioniste o surrealiste o altre consonanze
contemporanee (ad esempio, ancora uno slavo, l'unofficial
Neizvestny di certe gigantofigure e della selva dei disegni danteschi),
non è che la riprova che solo chi ha radici antiche arriva
a far fiorire, senza equivoci, il bell'albero dell'arte moderna.
Anche i valori, i simboli, i segni sul muro (direbbe freudianamente
Hilda Doolittle), sono per Mazzieri di figurazione antica: i mostri
di Bosch girano forsennatamente, o si appiattano gelidamente,
nei quadri di Mazzieri, ma non si creda che il suo sia un ricalco
culturale o ancora meno una intrusione intellettuale: no, anche
senza bisogno di fare ricorso a Sade o a Freud, Mazzieri è
cosciente, sino all'ossessione o anzi alla naturalezza, che quei
mostri ieri abitavano le caverne e oggi occupano maggiormente
i grattacieli dell'uomo moderno. La domanda - e la risposta -
è sempre quella: che cosa l'uomo contrappone a quei mostri,
o tende piuttosto a identificarsi alla loro ferinità?
Domanda e risposta, tremende. E spesso, al primo incontro, sono
terrificanti i quadri stessi di Mazzieri. Poi, di colpo, quasi
magicamente, cessano d'esserlo: a guardarla in faccia, la verità
non fa più paura, dà forza, dà coraggio.
La stregoneria di questi suoi quadri, alla fine è benefica,
salutare. Non sono visioni di una mente malata, neppure nel senso
del rapporto che Groddek stabiliva fra malattia, arte, simbolo.
A riguardarli, sono quadri da terapia, da guarigione, da incantesimo:
quei mostri che incombono, chiedono d'essere domati, vinti; come
già li placa la magia stessa dei colori, e di quei titanici
volumi. Non c'è dissoluzione, c'è al contrario solidità,
corposità, durata in questa pittura che pare nascere da
orrori e terrori di morte, e che invece è un primitivo
inno alla vita primordiale. Crispolti, per Mazzieri, ha parlato
di una dilatazione galoppante nella sua pittura del "mostruoso
infantile": è ben detto: infatti, il bambino, e l'artista,
più che paura della morte hanno paura della vita, e d'altra
parte sono i soli a sapere sfidare la morte e ogni altro mistero,
addentrandosi con innocenza o con intrepidità nel gorgo
della vita, sempre di più e più giù, più
giù.
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